Raffaella Acciardi: la scelta di lavorare nella funeraria

💜TGFuneral24 | Speciale Giornata dei Professionisti Funebri
Raffaella Acciardi è una giovane donna che ha fatto una scelta professionale “particolare”. Raffaella è una operatrice funebre e una tanatoesteta.
Le abbiamo chiesto di raccontarsi e di raccontarci questo lavoro alla luce della sua esperienza.
Nella giornata dedicata al lavoro di chi si prende cura dei defunti, ma anche di coloro che subiscono un lutto e la perdita di una persona cara, vogliamo esaminare i molteplici aspetti di questa professione proprio insieme a chi la vive come realtà quotidiana.
Operatori funebri e tanatoesteti ci aprono le porte del loro vissuto professionale e personale, offrendo testimonianze autentiche e senza filtri per raccontare la complessità di un lavoro tanto delicato quanto fondamentale.
Raffaella Acciardi, Tanatoesteta e Operatrice Funebre, si racconta a TGF24
“Mi chiamo Raffaella, sono una tanatoesteta e lavoro nel settore funerario.
Mi occupo della preparazione estetica del defunto, dalla vestizione al trucco, con l’obiettivo di restituire alla famiglia un’immagine dignitosa e rispettosa della persona che ha amato.Non considero questo lavoro semplicemente un mestiere.
È una responsabilità che porto con me ogni giorno, e che negli anni mi ha insegnato molto, sia professionalmente sia umanamente.”
Come sei arrivata a fare la scelta professionale di lavorare nel settore funebre?
“Ho scelto questo lavoro spinta dal desiderio di comprendere.
Non penso che per lavorare in questo settore si debba, necessariamente, avere un rapporto particolare con la morte o esserne affascinati.
Nel mio caso c’è stato il desiderio di conoscere una realtà di cui si parla poco e che, invece, ha un ruolo fondamentale nella vita delle persone.
Con il tempo ho capito che ciò che mi interessa davvero è il significato del mio lavoro: poter contribuire a un ultimo saluto, prendermi cura di una persona quando non può più farlo da sola e aiutare una famiglia a conservare un ricordo sereno, per quanto possibile.
È una responsabilità enorme, perché noi interveniamo in un momento in cui le persone sono vulnerabili. E credo che proprio questo dia valore al lavoro.”
Dicci la tua sulla presunta contrapposizione tra la narrazione patinata e social che oggi viene data al lutto e la concretezza quotidiana di questo lavoro?
“Non vedo necessariamente in contrapposizione. Penso che la narrazione poetica possa aiutare le persone a riflettere sulla morte, a parlarne e a riconoscerne il significato nella vita. Il problema nasce quando si racconta soltanto quella parte, dimenticando ciò che accade realmente dietro le quinte.
La bellezza, se vogliamo chiamarla così, non sta nella morte in sé. Sta nella cura che possiamo offrire, nella dignità che cerchiamo di preservare e nell’attenzione con cui accompagniamo una persona nel suo ultimo saluto.
Poi esiste la realtà del nostro lavoro, fatta anche di fatica fisica, turni, imprevisti, responsabilità sanitarie e normative, tempi da rispettare e situazioni emotivamente complesse.
Credo che sia importante raccontare entrambe le facce, perché soltanto così si restituisce un’immagine autentica del settore funerario, senza idealizzarlo ma neanche sminuirlo.”
Ritieni che questo sia un lavoro “come tanti altri”?
“È un mestiere che richiede una preparazione specifica, una grande capacità di adattamento e una responsabilità che non sempre viene percepita da chi guarda soltanto il risultato finale.
Noi lavoriamo con persone che non possono più esprimere le proprie volontà e con famiglie che si affidano a noi in uno dei momenti più delicati della loro vita.
È anche un lavoro che può diventare totalizzante, perché non sempre è semplice lasciare tutto fuori dalla porta quando finisce il turno.
Ci sono situazioni che ti rimangono dentro, anche se impari a gestirle.
Per questo credo sia importante riconoscere che dietro ogni operatore funebre c’è una persona, con le proprie emozioni, i propri limiti e la propria vita privata. La professionalità non significa essere insensibili, ma saper gestire le proprie emozioni senza permettere che compromettano il servizio.”
Da parte degli operatori e degli imprenditori pensi ci sia piena consapevolezza del ruolo?
“Ritengo che il nostro settore non può basarsi soltanto sull’esperienza accumulata negli anni o sul fatto che un determinato lavoro sia sempre stato svolto in un certo modo. Le esigenze delle famiglie cambiano, anche la sensibilità sociale nei confronti del lutto si trasforma.
A mio parere, la consapevolezza significa anche mettersi in discussione, aggiornarsi e avere il coraggio di riconoscere quando qualcosa può essere migliorato.
Non basta saper svolgere correttamente un servizio, bisogna comprendere il significato di ciò che si sta facendo e l’impatto che ogni nostro gesto, ogni parola e ogni comportamento possono avere su chi si rivolge a noi.
Credo che un settore cresca davvero quando smette di considerare la formazione e il confronto come un optional e inizia a considerarli parte integrante della professione.
E poi c’è un aspetto che per me è essenziale: l’umanità.
La professionalità non deve mai diventare una scusa per perdere l’umanità. Un servizio di qualità nasce proprio dall’equilibrio tra queste due cose.“
La formazione nel nostro settore è fondamentale: vorrei la tua opinione in merito, anche sulla base della tua esperienza formativa in tema di tanatoprassi e tanatoestetica…
“La formazione è fondamentale, ma deve essere accompagnata dalla capacità di applicare ciò che si impara nella realtà quotidiana.
La consapevolezza ci permette di comprendere il valore del nostro ruolo, mentre la responsabilità ci impone di non dimenticare mai che al centro del nostro lavoro ci sono una persona deceduta e una famiglia in lutto.
Credo anche che sia necessario investire maggiormente nella cultura professionale del settore, favorendo il confronto tra colleghi e la condivisione delle esperienze.
Credo che la formazione pratica sia fondamentale in un settore come il nostro, perché ci sono competenze che non si possono acquisire soltanto attraverso la teoria. Bisogna imparare a conoscere i materiali, le tecniche, le procedure e soprattutto il modo corretto di rapportarsi alla persona che si ha davanti.
Allo stesso tempo, penso che la preparazione non finisca con un corso o con un attestato.
L’esperienza quotidiana ti mette davanti a situazioni differenti e ti obbliga a continuare a imparare.
Per me formarsi significa anche riconoscere i propri limiti, sapere quando è necessario chiedere un confronto e non smettere mai di approfondire. Tanatoestetica e tanatoprassi sono ambiti distinti, con competenze e finalità specifiche, credo sia importante conoscerne le differenze e coltivare la propria preparazione professionale.”
Questo lavoro che impatto ha avuto su di te, ti senti cambiata?
“Ha inciso sul mio modo di vedere le persone. Quando entri in questo settore comprendi gradualmente che ogni situazione è diversa e che non esiste una “procedura emotiva” uguale per tutti. Ogni famiglia vive il lutto a modo proprio, e anche ogni persona deceduta ha la sua storia unica.
La formazione mi ha dato delle basi tecniche, mentre l’esperienza mi ha aiutata a sviluppare maggiore sicurezza e consapevolezza. Mi ha insegnato anche a non dare nulla per scontato.
Quello che per noi può sembrare un gesto abituale, per una famiglia può avere un significato enorme.
Credo che questo sia uno degli insegnamenti più importanti del mio lavoro, imparare a vedere il valore delle piccole cose, perché spesso sono proprio quelle a fare la differenza.”
Hai sviluppato un “metodo personale” per poter convivere con il dolore altrui e l’idea stessa della morte?
“Non sono certa che sia un metodo. Ma so che per ogni defunto cerco di concentrarmi sul compito che devo svolgere e sulla responsabilità che mi è stata affidata. Quando lavoro, so che devo essere presente, lucida e attenta. Le emozioni non devono impedirmi di fare bene il mio lavoro, ma questo non significa che debbano scomparire.
Credo che la differenza stia proprio nel non confondere il controllo delle emozioni con la loro negazione.
Fuori dal lavoro è importante riuscire a ritrovare i propri spazi, coltivare le proprie passioni e vivere la quotidianità.
Non siamo soltanto operatori funebri: siamo persone con interessi, affetti e una vita che va preservata.
Non penso di aver trovato una soluzione definitiva, e forse non esiste. Penso piuttosto che si impari a costruire un equilibrio nel tempo, conoscendo meglio se stessi e riconoscendo quando si ha bisogno di fermarsi.”
I social media sono diventati uno strumento molto utilizzato anche nel settore funebre. Vorremmo la tua opinione in merito, senza filtri.
“Penso che i social siano uno strumento straordinario per raccontare il nostro lavoro, soprattutto perché permettono di raggiungere persone che altrimenti non avrebbero mai occasione di conoscere questa professione.
Allo stesso tempo, sono uno strumento che richiede molta, molta, responsabilità.
Il rischio è quello di trasformare un lavoro delicato in qualcosa di spettacolarizzato, puntando sul macabro, sulla provocazione o sulla curiosità fine a se stessa. Io credo che si possa comunicare anche con ironia, con creatività e mostrando la propria personalità, senza perdere il rispetto per ciò che si fa.
Non dobbiamo necessariamente essere sempre seri o costruire un’immagine cupa di noi stessi per dimostrare di essere professionali.
La linea di confine, per me, è molto chiara, bisogna tutelare la dignità del defunto, la riservatezza delle famiglie e l’immagine del settore. Niente contenuti che possano violare la privacy o trasformare il dolore altrui in intrattenimento.”
Cosa ritieni necessario per poter fare davvero bene il lavoro di tanatoesteta?
“La tanatoestetica è un lavoro in cui il risultato non dovrebbe mai essere giudicato soltanto dal punto di vista estetico. Dietro la preparazione di una salma ci sono una storia, degli affetti e il desiderio dei familiari di conservare un ricordo il più possibile sereno.
La professionalità, le tecniche e il rispetto rigoroso delle norme sono alla base di questo come di tutti i lavori.
Poi c’è il fattore umano. Può essere un dettaglio durante una preparazione, un oggetto personale, una fotografia o il pensiero che dietro quella persona ci sia una vita intera che noi conosciamo soltanto in minima parte.
Il nostro lavoro ci mette davanti a persone di cui non conosciamo la storia, ma che per qualcuno rappresentavano tutto.
Questo pensiero mi accompagna spesso. Quello che mi fa stare bene è sapere di aver svolto il mio lavoro con cura, rispettando la persona e facendo tutto ciò che è nelle mie possibilità per offrire un ultimo saluto dignitoso.”
Parlaci del tuo rapporto con la morte e se questo lavoro ha inciso sulla tua visione della vita
“Oggi penso di avere un rapporto più consapevole con la morte, anche se non credo che lavorare in questo settore significhi comprenderla completamente o esserne immuni da timori e paure assolutamente umani.
Il contatto quotidiano con la morte ti porta inevitabilmente a riflettere sulla vita, sul tempo e sull’importanza delle relazioni. Ti rende consapevole del fatto che esistono aspetti della vita che non possiamo controllare e che spesso tendiamo a rimandare cose che, invece, meriterebbero attenzione adesso.
Non significa vivere con la paura che tutto possa finire da un momento all’altro, ma forse imparare a dare un peso diverso alle cose.
La morte è diventata una parte concreta della mia quotidianità professionale, ma non per questo ha perso il suo significato umano.”
E infine, Raffaella si sente cambiata da questo lavoro e dalla frequentazione del mondo della funeraria?
“Si, credo di essere cambiata. Un lavoro come questo inevitabilmente ti mette davanti a domande che magari, in altri contesti, tenderesti a evitare.
Mi ha insegnato a essere più consapevole, a osservare maggiormente e a dare valore a cose che prima avrei potuto considerare scontate.
Mi ha anche fatto comprendere quanto sia importante la responsabilità che abbiamo nei confronti degli altri, soprattutto quando si trovano in una condizione di vulnerabilità.
Ma non penso che lavorare con la morte significhi necessariamente diventare più freddi o distaccati.
Almeno per me, la sfida è proprio il contrario, imparare a gestire ciò che vedo senza perdere la capacità di “sentire”.
Questo lavoro mi ha dato competenze, esperienza e consapevolezza, ma continua anche a mettermi alla prova.
Se c’è una cosa che vorrei conservare sempre, è la capacità di non considerare mai una persona soltanto come un servizio da svolgere.
Perché la professionalità è fondamentale, ma senza rispetto e umanità rischia di perdere il suo significato più profondo.”
Riepilogando…
Raffaella Acciardi ci ha aperto le porte del suo lavoro e del suo rapporto con esso. Le sue risposte ci hanno restituito, soprattutto, il senso dell’impegno in una professione che non è “un lavoro uguale a tanti altri”.
Nello stesso tempo Raffella ha sottolineato l’importanza di mantenere il giusto equilibrio tra rigore professionale e umanità.
E questo è forse il senso del lavoro dell’operatore funerario calato nella realtà: professionalità e competenza devono andare di pari passo con il rispetto della storia umana del defunto e delle persone che vivono il lutto.
LPP/GA








































