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Le reliquie di Sant’Agata: fede, potere e moltiplicazione del sacro

5 Febbraio 2026 - 18:00--Curiosità, Primo piano-
Le reliquie di Sant’Agata: fede, potere e moltiplicazione del sacro

Dal martirio al mercato: la lunga storia delle reliquie di Sant’Agata

A Catania, dentro il busto reliquiario d’argento, si conserva ciò che viene attribuito al corpo di  Sant’Agata.

L’elenco colpisce per la sua precisione quasi notarile.

Capo, frammenti di viscere, parti del torace.

Seguono elementi più riconoscibili: un avambraccio con mano, un arto inferiore con piede, una mammella.

A parte, il velo rossastro ritenuto miracoloso, custodito in una teca che ne certifica il valore simbolico più che l’origine materiale.

Nulla di anomalo, almeno in apparenza.

Il culto delle reliquie si fonda da secoli su questa logica.

Il problema emerge quando l’inventario esce dai confini cittadini e inizia a moltiplicarsi.

La moltiplicazione delle reliquie e l’imbarazzo dei numeri

Fuori da Catania, il corpo della Santa sembra ricomporsi e scomporsi senza sosta.

  • Palermo, dal 1628, si venerano una mammella e ossa del braccio.
  • Messina compare un altro osso dello stesso arto.
  • Alì, nel messinese, si conserva un’ulteriore frammento osseo.
  • E un dito appare a Sant’Agata de’ Goti, nel Beneventano.
  • Un’altra mammella è venerata a Galatina, in provincia di Lecce

Il conteggio diventa presto quanto meno curioso.

Sei mammelle attribuite a un’unica martire non descrivono un miracolo.

Descrivono una statistica che non torna.

La lista si allunga ancora.

  • A Roma, Siponto e Lucca si segnalano reliquie legate ai seni della Santa.
  • A Volterra e Nevers compaiono frammenti del capo.
  • A Capua una mascella.
  • A Douai un osso del braccio.
  • Ad Angers e Maastricht alcuni denti.

In area germanica, presenze in ambito monastico, come nell’abbazia di Zwiefalten.

Reliquie come strumenti di prestigio ed economia

Nel Medioevo, possedere reliquie significava esercitare potere.

Una città che custodiva un corpo santo mostrava centralità politica oltre che devozione.

La reliquia diventava un certificato di importanza.

I pellegrini arrivano e quando arrivano spendono.

Offerte, mercati, ospitalità e lasciti muovevano un’economia concreta.

In questo contesto, la frammentazione del corpo non rappresenta una deviazione teologica.

Funziona come un meccanismo amministrativo.

Più reliquie significano più santuari.

E più santuari generano più flussi di persone che si spostano da un  luogo all’altro.

I flussi producono ricchezza.

Tra scienza e fede: la domanda che resta

La tradizione racconta che le reliquie principali furono trafugate dai Bizantini in fuga dagli Arabi.

Il ritorno a Catania nel 1126, grazie a Goselmo e Gisliberto, segue il copione dei viaggi miracolosi medievali.

Il vescovo Maurizio certificò l’autenticità, unendo fede e opportunità.

La scienza moderna resta meno accomodante.

Ossa che attraversano secoli di guerre e processioni difficilmente superano analisi rigorose.

DNA e radiocarbonio smonterebbero molte attribuzioni.

È già accaduto in altri casi celebri.

La domanda decisiva, però, resta un’altra.

Serve davvero che le reliquie di Sant’Agata siano autentiche?

Per chi non crede, l’autenticità non conta.

Per chi crede, non è necessaria.

La reliquia funziona perché una comunità decide che funzioni.

È un patto simbolico.

Non una prova forense.

LPP

Giesse

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