11 aprile 1987. Muore Primo Levi.

Primo Levi, testimone della memoria del Novecento
Le origini e la formazione scientifica
Primo Levi nasce a Torino il 31 luglio 1919, in una famiglia ebraica colta e benestante.
L’ambiente domestico favorisce lo sviluppo di una curiosità vivace e costante.
Il padre, ingegnere, lo incoraggia attraverso libri e strumenti scientifici, tra cui un microscopio che diventa presto oggetto di interesse.
Durante il 1930 entra al ginnasio D’Azeglio, dove stringe amicizie durature e approfondisce l’interesse per la chimica e la montagna.
Concluso il liceo nel 1937, decide di iscriversi alla facoltà di Chimica dell’Università di Torino.
Le leggi razziali e le difficoltà professionali
Con l’introduzione delle leggi razziali nel 1938, la vita di Levi subisce una brusca trasformazione.
Le discriminazioni limitano le prospettive accademiche, ma riesce comunque a laurearsi con lode nel 1941.
Subito dopo, trovare lavoro si rivela complicato.
Una prima esperienza lo porta a lavorare in una cava di amianto.
Successivamente trova impiego in una ditta farmaceutica a Milano, dove entra in contatto con ambienti antifascisti e aderisce al Partito d’Azione clandestino.
La Resistenza, l’arresto e Auschwitz
Dopo l’8 settembre 1943 sceglie la via della Resistenza e si rifugia in Valle d’Aosta.
Qui si unisce a un gruppo partigiano, ma il 13 dicembre viene arrestato dalla milizia fascista.
Per evitare la fucilazione dichiara la propria origine ebraica e viene internato a Fossoli.
Nel febbraio 1944 affronta la deportazione verso Auschwitz, dopo un viaggio di cinque giorni in condizioni disumane.
All’arrivo riceve il numero 174517 e viene assegnato al campo di Buna-Monowitz.
Circostanze favorevoli e incontri decisivi contribuiscono alla sua sopravvivenza.
L’aiuto di Lorenzo Perrone gli garantisce cibo e sostegno morale.
Un incarico come chimico presso la IG Farben gli consente di evitare i lavori più pesanti.
Una malattia lo costringe al ricovero in infermeria, situazione che lo salva dalla marcia di evacuazione.
Il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa libera il campo.
Il ritorno e la nascita dello scrittore
Il rientro in Italia si trasforma in un lungo viaggio attraverso l’Europa orientale.
Dopo mesi di spostamenti e permanenze in campi sovietici, torna a Torino nell’ottobre 1945.
Nel 1947 sposa Lucia Morpurgo e avverte un bisogno urgente di raccontare quanto vissuto.
Nasce così Se questo è un uomo, testimonianza fondamentale sulla vita nel lager.
Un iniziale rifiuto editoriale non impedisce al libro di affermarsi negli anni successivi come opera centrale del Novecento.
Le opere e l’impegno civile
Con La tregua, pubblicato nel 1963, racconta il viaggio di ritorno da Auschwitz e ottiene il Premio Campiello.
Il 1975 segna l’uscita de Il sistema periodico, raccolta che intreccia chimica e vita.
Tre anni dopo pubblica La chiave a stella, vincendo il Premio Strega.
Nel 1982 esce Se non ora, quando?, premiato con Campiello e Viareggio.
L’ultima grande opera, I sommersi e i salvati del 1986, offre una riflessione profonda sulla memoria e sulla natura umana.
Parallelamente all’attività letteraria, partecipa a incontri pubblici, conferenze e viaggi della memoria, mantenendo viva l’attenzione sulle tragedie del secolo.
La morte e i funerali di Primo Levi
L’11 aprile 1987 Primo Levi muore precipitando dalla tromba delle scale della sua abitazione torinese.
L’ipotesi più accreditata parla di suicidio, anche se alcuni considerano possibile una caduta accidentale.
La sepoltura avviene nel campo israelitico del Cimitero Monumentale di Torino.
Con la sua scomparsa, la cultura europea perde una voce lucida e rigorosa, capace di trasformare l’esperienza in memoria condivisa.












































