Eluana Englaro: il dibattito sul fine vita continua

La storia di Eluana e la battaglia legale di un padre per i diritti civili in Italia
La vicenda di Eluana Englaro rappresenta uno dei passaggi più delicati e controversi della storia recente italiana.
Una storia personale, segnata dalla tragedia, che diventa nel tempo un caso giuridico e morale capace di interrogare l’intero Paese sul significato di dignità, autodeterminazione e fine vita.
Infanzia, studi e sogni di una giovane donna
Eluana Englaro nasce a Lecco il 25 novembre 1970.
Cresce in una famiglia unita, dove sviluppa fin da giovane un carattere autonomo, curioso e determinato.
Dopo il diploma sceglie di iscriversi alla Facoltà di Lingue dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Guarda al futuro con entusiasmo e coltiva progetti di studio, lavoro e indipendenza.
L’incidente e lo stato vegetativo permanente
Il 18 gennaio 1992 arriva l’incidente.
Rientrando da una festa a Pescate, Eluana perde il controllo dell’auto su una strada ghiacciata.
L’impatto contro un palo della luce e un muro provoca gravi lesioni craniche e la frattura della seconda vertebra cervicale.
I soccorsi la trasportano d’urgenza in ospedale, dove i medici eseguono una tracheotomia per consentire la ventilazione artificiale.
Dopo mesi di terapia intensiva, Eluana esce dal coma ma resta in stato vegetativo permanente.
Non mostra alcuna forma di coscienza né capacità di relazione con l’ambiente.
I sanitari chiariscono alla famiglia l’irreversibilità della condizione.
In quel periodo il padre, Beppino Englaro, ricorda alcune conversazioni avute con la figlia prima dell’incidente.
Eluana aveva espresso con lucidità il rifiuto di una vita mantenuta artificialmente in totale dipendenza dalle macchine.
La lunga battaglia legale per il rispetto della volontà
Nel 1999 Beppino Englaro avvia una complessa battaglia giudiziaria.
Chiede l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali, considerate un accanimento terapeutico contrario alla volontà della figlia.
I tribunali di Lecco e la Corte d’Appello di Milano respingono inizialmente le richieste.
Il caso arriva alla Corte di Cassazione, che nel 2007 stabilisce un principio destinato a fare scuola.
L’alimentazione forzata può essere sospesa se emergono prove chiare e concordanti della volontà del paziente.
Nel 2008 la Corte d’Appello di Milano autorizza la sospensione dei trattamenti.
La decisione divide profondamente l’opinione pubblica.
La Chiesa cattolica e parte del mondo politico si oppongono.
Altri difendono il diritto all’autodeterminazione e al rispetto della persona.
La morte, il funerale e l’eredità civile
Il 3 febbraio 2009 Eluana viene trasferita nella clinica “La Quiete” di Udine.
Qui inizia la sospensione graduale dei trattamenti.
Il Governo tenta di bloccare la procedura con un decreto-legge.
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano rifiuta di firmarlo.
Eluana Englaro muore il 9 febbraio 2009, dopo 17 anni in stato vegetativo.
Le esequie si svolgono il 12 febbraio in forma privata nella chiesetta di San Daniele a Paluzza, in Friuli-Venezia Giulia.
La famiglia sceglie il raccoglimento e il silenzio.
La sepoltura avviene nella tomba di famiglia.
La sua vicenda lascia un segno profondo nella società italiana.
Riaccende il confronto sul fine vita e contribuisce al percorso che porta alla Legge 219 del 22 dicembre 2017.
La norma disciplina le disposizioni anticipate di trattamento, note come testamento biologico.
Dal 31 gennaio 2018, il diritto all’autodeterminazione nelle cure trova finalmente un riconoscimento giuridico chiaro.
Sebbene il dibattito, sull’autodeterminazione delle cure di fine vita, sia ancora in corso malgrado l’evoluzione del pensiero e della sensibilità della società civile.
Laura Persico Pezzino































































