Dio è morto. E anche Francesco Guccini..

Ho visto
La gente della mia età andare via
Lungo le strade che non portano mai a nienteDio è morto – Francesco Guccini 1965
Addio a Francesco Guccini, Gran Maestro delle Parole
Francesco Guccini è morto all’età di 86 anni. Si sprecheranno fiumi di inchiostro e tastiere di computer per dire che è stato il maggiore rappresentante della canzone d’autore italiana.
Ma oggi c’è solo la tristezza della perdita di una voce davvero libera, in un mondo in cui la libertà somiglia sempre più a una inutile citazione.
Libero di pensiero, attraverso oltre mezzo secolo di storia, senza mai adattarsi alle mode o alle convenienze. Tanta roba.
Guccini si è spento questa mattina, 6 agosto 2026, a Pavana (il paesino dell’Appennino Tosco-Emiliano dove viveva ormai da anni) con lui la moglie Raffaella, la figlia Teresa.
Ne hanno dato comunicazione sottolineando che, nel rispetto delle sue volontà, i funerali si svolgeranno nei prossimi giorni in forma strettamente privata.
La famiglia ha chiesto discrezione e ha ringraziato quanti parteciperanno al lutto con affetto e rispetto.
A settembre si terrà una cerimonia commemorativa pubblica.
Guccini è stato un narratore, uno scrittore, un osservatore instancabile della società e un uomo culturalmente impegnato.
Umberto Eco lo definì il più colto tra i cantautori italiani.
Una considerazione che trova conferma nella ricchezza delle sue opere, popolate da riferimenti storici, letterari, filosofici e politici.
Una voce fuori dal coro per intere generazioni
Le canzoni di Francesco Guccini hanno accompagnato adolescenze, passioni, proteste, disillusioni e speranze.
Intere generazioni hanno imparato a memoria i suoi testi, riconoscendovi domande universali sulla giustizia, sulla guerra e sul significato dell’esistenza, e perché no, anche l’amore, quello che non fa rima.
La sua grandezza nasceva dalla capacità di parlare a tutti senza semplificare il pensiero.
Guccini rispettava l’intelligenza di chi lo ascoltava.
Usava parole colte e popolari al tempo stesso, racconti personali e grandi avvenimenti, ironia e malinconia.
Nei suoi brani, la memoria individuale diventava spesso memoria collettiva.
La sua voce ruvida, profonda e immediatamente riconoscibile non cercava la perfezione formale.
Cercava la verità.
Ogni concerto assumeva così il carattere di un incontro, quasi una lunga conversazione tra amici, accompagnata dalla chitarra, dai racconti e da quella particolare ironia emiliana che apparteneva profondamente al suo modo di essere.
Al suo fianco hanno suonato musicisti straordinari come Juan Carlos “Flaco” Biondini, Ares Tavolazzi, Ellade Bandini e Vince Tempera.
Insieme hanno costruito una dimensione musicale capace di valorizzare la forza narrativa delle parole.
Il legame con Pavana, Bologna e il mondo delle osterie
Da tempo Guccini aveva scelto una vita appartata nella sua Pavana, quel paese era un rifugio e radici.
Il fiume Limentra, le montagne, le storie familiari e la memoria dell’emigrazione entrarono più volte nelle sue canzoni e nei suoi libri.
In Amerigo, il racconto dello zio emigrato in America diventò una riflessione sulla povertà, sulle partenze e sulla distanza tra i sogni e la realtà.
Accanto a Pavana, Bologna occupò un posto centrale nella sua vita.
Era la città delle osterie, delle balere, delle discussioni politiche e delle notti trascorse a parlare.
Un mondo oggi quasi scomparso, che Guccini ha saputo rendere eterno.
L’Osteria delle Dame rimane uno dei luoghi simbolici di quell’esperienza.
Ancora oggi molti cercano tra le strade di Bologna, in particolare in via Paolo Fabbri dove il civico 43 rimarrà la sua casa meta di pellegrinaggi dei suoi estimatori.
In “quella” Bologna, oggi irriconoscibile, c’è stato il respiro di una stagione culturale nella quale la musica nasceva dall’incontro, dal confronto e dalla condivisione.
Il debutto con “Folk Beat n. 1”
Il viaggio discografico di Francesco Guccini iniziò nel 1967 con Folk Beat n. 1. Il titolo lasciava immaginare un seguito che non arrivò mai, ma quel primo album conteneva già i tratti fondamentali della sua poetica.
Nel disco trovavano spazio brani destinati a diventare pietre angolari del cantautorato italiano, come Noi non ci saremo, In morte di S.F. e Auschwitz, conosciuta anche come La canzone del bambino nel vento.
Quest’ultima affrontava il dramma della Shoah senza retorica, affidando alla voce di un bambino una domanda morale che conserva ancora oggi tutta la sua forza.
Guccini non raccontava la storia come una successione distante di avvenimenti.
La trasformava in responsabilità personale e collettiva.
In morte di S.F. accompagnò per anni l’apertura dei suoi spettacoli, mentre La locomotiva ne rappresentò la conclusione più attesa.
Quest’ultimo brano, contenuto nell’album Radici del 1972, divenne uno dei momenti più intensi di ogni concerto.
Le canzoni come lezioni di storia e letteratura
Muoversi nella discografia di Guccini significa attraversare mondi diversi.
Il cantautore riusciva ad avvicinare il pubblico alla letteratura, alla mitologia e alla storia senza assumere il tono del professore.
Con Don Chisciotte trasformò il cavaliere di Cervantes e Sancho Panza in figure vicine alla sensibilità contemporanea.
Con Odysseus rilesse il mito di Ulisse come metafora della conoscenza e del desiderio di superare i propri confini.
In Bisanzio, contenuta nell’album Metropolis, raccontò una città sospesa tra epoche, culture e civiltà.
Il brano rimane una delle prove più alte della sua scrittura, capace di fondere ricostruzione storica, inquietudine personale e riflessione sul tramonto degli imperi.
In Cirano diede voce a un uomo ferito, orgoglioso e innamorato. Attraverso il personaggio di Edmond Rostand, Guccini parlò della solitudine, del potere della scrittura e della speranza in una giustizia capace di riscattare la sofferenza.
Da “L’ultima Thule” alle “Canzoni da intorto”
La carriera discografica di Guccini ha attraversato epoche molto diverse senza perdere coerenza.
Album come Radici, Via Paolo Fabbri 43, Amerigo, Metropolis, Signora Bovary e Quello che non… hanno costruito un patrimonio musicale difficilmente misurabile.
Nel 2012 pubblicò L’ultima Thule, considerato per anni il suo congedo dalla produzione discografica.
Dieci anni dopo tornò con Canzoni da intorto, una raccolta di canti popolari, politici e d’osteria che appartenevano alla sua formazione umana e culturale.
Quell’opera confermò ancora una volta il legame con la musica condivisa attorno a un tavolo.
Per Guccini il canto non rappresentava soltanto un’esibizione, ma un modo per custodire la memoria e rafforzare i legami tra le persone.
Francesco Guccini scrittore e custode della memoria
Accanto alla musica, Guccini coltivò una lunga attività letteraria.
Nel 1989 pubblicò Cròniche epafàniche, un’opera legata alla lingua, ai personaggi e alle atmosfere di Pavana.
Seguirono romanzi, racconti, dizionari della memoria e libri scritti insieme a Loriano Macchiavelli.
Anche nella narrativa Guccini concentrò lo sguardo sulle persone comuni, sui paesi dell’Appennino, sui mestieri scomparsi e sulle parole dimenticate.
Non conservava il passato per nostalgia.
Lo interrogava per comprendere il presente.
Raccontare un oggetto, un’usanza o un’espressione dialettale significava salvare una parte dell’esperienza umana dall’oblio.
La mostra “Francesco Guccini. Canterò soltanto il tempo”, inaugurata nel 2026 a Reggio Emilia, ha raccontato proprio questa dimensione artistica e culturale, andando oltre il solo percorso musicale.
L’impegno come scelta di vita
Francesco Guccini non ha mai separato completamente l’arte dall’impegno.
Le sue canzoni hanno affrontato il fascismo, la Resistenza, la guerra, le ingiustizie sociali, l’emigrazione e le contraddizioni del potere.
Non ha però trasformato la musica in propaganda.
Ha preferito il dubbio alle certezze assolute, la complessità agli slogan e le domande alle risposte preconfezionate.
La sua libertà intellettuale gli ha permesso di attraversare le divisioni politiche senza rinunciare alle proprie idee.
Ha difeso il valore della memoria, della conoscenza e del confronto.
Persino quando mostrava rabbia, Guccini manteneva una profonda fiducia nella capacità dell’uomo di capire, scegliere e cambiare.
Le sue radici familiari contribuirono a formare questa sensibilità.
Il padre Ferruccio rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e, dopo l’8 settembre 1943, venne deportato in Germania come internato militare.
Il “Maestrone” e le sue “parole consuete”
Francesco Guccini lascia la moglie Raffaella, la figlia Teresa e un pubblico enorme, forse neanche lui immaginava di avere così tanti estimatori.
O forse si. A Teresa dedicò Culodritto, una delle sue canzoni più tenere, costruita attorno allo sguardo di un padre che osserva la figlia crescere e affrontare il mondo.
Dietro la figura imponente del “Maestrone” viveva un uomo capace di tenerezza, amicizia, ironia e profondità.
Non amava costruire un personaggio distante.
Preferiva raccontarsi con le proprie contraddizioni, le debolezze e gli inevitabili rimpianti.
Ed è con le sue parole che tutta la redazione di TGFuneral24 lo saluta, con immensa gratitudine:
Perché noi tutti ormai sappiamoChe se dio muore è per tre giorni e poi risorgeIn ciò che noi crediamo, dio è risortoIn ciò che noi vogliamo, dio è risortoNel mondo che faremo, dio è risorto
Dio è morto – Francesco Guccini 1965
Laura Persico Pezzino







































