Döstädning: l’arte svedese di fare ordine prima di morire

Döstädning: riordinare prima di morire è un gesto d’amore verso chi resta
Fare ordine prima di morire. In Svezia esiste un termine preciso per descrivere questa pratica.
Si chiama döstädning, letteralmente “pulizia della morte”.
Non si tratta di morbosità, ma di premura.
L’intenzione è passare in rassegna tutto ciò che si possiede — tenere il necessario, lasciar andare il superfluo — per evitare che, dopo la propria morte, siano i familiari a doversi occupare di montagne di oggetti, carte e ricordi accumulati nel corso di una vita intera.
Il concetto è diventato noto a livello globale nel 2017, quando la pittrice svedese Margareta Magnusson, scomparsa nel 2024 a 92 anni, lo trasformò in un piccolo fenomeno culturale con il suo libro The Gentle Art of Swedish Death Cleaning.
Quell’anno stesso, il termine entrò nella lista annuale dei neologismi dello Swedish Language Council, fra quelle espressioni che raccontano qualcosa della società contemporanea.
Döstädning: una risposta alla società dei consumi?
Lynn Åkesson, Professor Emerita of Ethnology nel Department of Arts and Cultural Sciences della Lund University, spiega in un articolo pubblicato su The Conversation che il successo di questa pratica non è affatto casuale. Viviamo in una società dei consumi in cui le case sono sempre più colme di oggetti. Il döstädning non avrebbe potuto nascere, almeno non in questi termini, nella Svezia degli anni Cinquanta, quando le abitazioni erano meno affollate e il possesso materiale aveva un valore ben diverso.
È figlio del nostro tempo, di una modernità che accumula, compra e conserva, spesso senza più sapere bene perché. Se sentiamo il bisogno di “ripulire” prima di morire, è anche perché abbiamo vissuto circondati da un eccesso di cose.
Da Dio agli armadi: come è cambiato il “mettere in ordine”
Åkesson ricorda che, per secoli, sistemare le proprie cose prima della morte significava qualcosa di completamente diverso. Bisognava riconciliarsi con Dio, con i parenti, con gli amici, con i vicini — perfino con i nemici. Il bisogno di lasciare tutto “a posto” riguardava soprattutto il piano morale e relazionale.
Oggi, in una società satura di beni materiali, quel bisogno si è spostato anche, e forse soprattutto, sulle cose.
In Svezia, dal 1734 era obbligatorio per legge redigere la bouppteckning, un inventario ereditario dettagliato dei beni, delle proprietà e dei debiti del defunto. Nelle memorie raccolte dal Folk Life Archives della Lund University, relative ai decenni a cavallo del 1900, emerge chiaramente che allora importava l’esatto contrario di oggi: bisognava lasciare credenze e armadi pieni, un inventario ricco e abbondante. Quei beni dimostravano di essere stati buoni amministratori della casa, persone capaci e rispettabili.
Il gesto più premuroso del presente
Oggi l’effetto si è capovolto. Lo stesso giudizio positivo che un tempo richiedeva abbondanza, ora lo si ottiene lasciando il meno possibile. Non sovraccaricare i propri cari di scatoloni inutili, documenti confusi e cassetti pieni di oggetti senza più significato è diventato, nel presente, una forma concreta di responsabilità e affetto.
Il döstädning non è rinuncia, né ossessione per la morte. È una riflessione sul peso delle cose e sul valore del tempo altrui. In fondo, ciò che lasciamo dietro di noi racconta chi siamo stati — e scegliere cosa lasciare, con cura, è forse uno degli atti più lucidi e generosi che un essere umano possa compiere.
Laura Persico Pezzino












































