È normale “parlare” con una persona morta?

28 Dicembre 2025 - 10:35--Spazi di Riflessione-
È normale “parlare” con una persona morta?

Lutto, memoria e bisogno di continuità

Parlare con una persona morta è un’esperienza che attraversa silenziosamente la vita di moltissime persone.
Succede davanti a una tomba, in casa, durante una passeggiata o nei momenti di maggiore fragilità emotiva.
A uno sguardo esterno può apparire strano, persino inquietante.
Eppure, dal punto di vista umano e psicologico, è un comportamento molto più comune e naturale di quanto si pensi.

Il dialogo con chi non c’è più non nasce dal desiderio di negare la morte.
Nasce, piuttosto, dal bisogno di dare continuità a un legame che rappresenta identità, affetti e memoria.

Parlare con i morti: una pratica antica quanto l’uomo

Nel corso della storia, il rapporto con i defunti ha sempre occupato uno spazio centrale nelle culture umane.
Dalle civiltà antiche fino alle società contemporanee, il confine tra vita e morte non è mai stato percepito come netto.

In Messico, il Día de los Muertos celebra il ritorno simbolico dei defunti tra i vivi.
In molte culture africane e asiatiche, gli antenati vengono invocati, onorati e consultati.
Anche in Europa, per secoli, la visita al cimitero è stata accompagnata da parole, preghiere e confidenze.

Parlare con i morti non è quindi un’anomalia moderna.
È una costante antropologica.

Il punto di vista della psicologia del lutto

Dal punto di vista scientifico, parlare con una persona defunta non è considerato un comportamento patologico.
Anzi, nella maggior parte dei casi è una risposta sana al dolore della perdita.

Gli psicologi parlano di “legami continui”.
Il lutto non consiste nel dimenticare, ma nel riorganizzare il rapporto con chi è morto in una nuova forma.

Rivolgersi al defunto permette di:

  • esprimere emozioni non dette
  • rielaborare sensi di colpa o rimpianti
  • mantenere viva la memoria affettiva
  • trovare conforto nei momenti di difficoltà

Questo dialogo non è una vera conversazione.
È un processo interiore che aiuta la mente a integrare l’assenza.

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Quando il dialogo diventa una risorsa emotiva

Molte persone raccontano che parlare con un genitore, un nonno o un partner scomparso dà un senso di stabilità.
È come se quella voce interiore continuasse a offrire orientamento, protezione, ascolto.

In questi casi, il defunto non “risponde”.
È la memoria affettiva che prende forma.

La psicologia riconosce questo meccanismo come una forma di auto-regolazione emotiva.
Un modo per calmare l’ansia, affrontare il dolore e ritrovare equilibrio.

Il confine tra normalità e rischio

È importante distinguere tra elaborazione del lutto e fuga dalla realtà.
Parlare con una persona morta è normale finché:

  • non sostituisce le relazioni con i vivi
  • non genera convinzioni di comunicazione reale e costante
  • non impedisce di accettare la perdita

Quando il dialogo diventa ossessivo o alimenta illusioni di presenza fisica, è utile chiedere supporto professionale.
Ma nella maggior parte dei casi, questo non accade.

Perché parlare con i morti ci fa sentire meglio

Il motivo è profondamente umano.
I legami significativi non si interrompono con la morte.

Continuare a parlare con chi abbiamo amato:

  • preserva il senso di identità
  • riduce la solitudine
  • trasforma il dolore in memoria condivisa

Non è un rifiuto della realtà.
È una forma di adattamento.

Una normalità silenziosa

Parlare con una persona morta non è follia, superstizione o debolezza.
È spesso un gesto intimo, discreto, carico di significato.

In quel dialogo non c’è l’aldilà.
Ma può esserci memoria, amore che sopravvive.
E c’è il bisogno di dare un senso all’assenza.

E, in fondo, ascoltare l’eco del proprio cuore è uno dei modi più “normali” per continuare a vivere.

LPP

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