Il veterinario di Gaza che aveva scelto la vita tra le macerie.

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Il veterinario di Gaza che curava gli animali feriti dalla guerra. Aveva scelto di continuare il suo lavoro tra l’orrore e la distruzione della guerra. Cercava di portare in salvo gli animali feriti. Quelle vite piccole che nessuno guarda.
Si chiamava Mu’ath Abu Rukbeh, ed era l’unico veterinario del nord di Gaza.
La sua scelta non fu dettata dall’eroismo, ma da una compassione profonda, radicata nella convinzione che ogni creatura meriti cura e dignità.
Collaborava con Sulala Animal Rescue, un’organizzazione che da anni si batte per salvare cani, gatti e asini rimasti intrappolati tra le macerie.
Mentre intorno cadevano bombe e case, Mu’ath continuava a curare, nutrire, fasciare ferite.
Credeva che la pietà non avesse confini di specie.
Il 10 ottobre 2025, Mu’ath ha deciso di tornare nella sua casa a Jabalia, per recuperare pochi oggetti.
Non è più tornato.
Il suo corpo è stato ritrovato nove giorni dopo, il 19 ottobre, tra le rovine della città.
Aveva scelto la via della vita in un luogo che da troppo tempo conosce solo la morte.
La storia di Mu’ath non ha trovato spazio nei grandi notiziari.
È scivolata via, soffocata dal rumore incessante della guerra.
Eppure la sua vita racconta ciò che la guerra distrugge davvero: la pietà, la tenerezza, il senso stesso dell’umanità.
In una terra che non lascia scampo né agli uomini né agli animali, Mu’ath rivendicava la sacralità del gesto che cura invece di colpire.
Il suo sacrificio è la testimonianza di un conflitto che non risparmia chi prova a proteggere i più indifesi.
In un mondo che si abitua alla violenza, anche il gesto più semplice di bontà può diventare un atto di coraggio — e una condanna.
Di lui quasi nessuno ha parlato.
Eppure la sua esistenza resta un monito: chi difende gli esseri indifesi muore due volte — sotto le bombe e nel silenzio di chi non vuole vedere.
Mu’ath Abu Rukbeh non ha lasciato ricchezze, né monumenti.
Ha lasciato un esempio.
Un promemoria per l’umanità intera: anche nel cuore della guerra, scegliere di curare significa ancora scegliere la vita.
Laura Persico Pezzino

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