Sant’Antonio Abate e la notte in cui gli animali parlano.

La notte 17 gennaio non è una notte qualunque. Secondo la tradizione popolare, è il momento in cui gli animali acquistano la facoltà di parlare. Una leggenda antica, legata alla figura di Sant’Antonio Abate, protettore del mondo contadino.
Un eremita nel deserto e la lotta contro il male
Antonio nasce in Egitto nel 255 dopo Cristo, in una famiglia benestante.
Alla morte dei genitori rinuncia a ogni bene e sceglie il deserto.
Qui conduce una vita di solitudine, digiuno e preghiera.
Secondo i racconti agiografici affronta continue tentazioni del demonio: donne seducenti, bestie feroci, serpenti e scorpioni. Quando il suo culto giunge in Europa, il deserto si trasforma in bosco.
Il “fuoco di Sant’Antonio” e l’origine di un culto guaritore
Nel secolo XI le reliquie di Sant’Antonio furono trasferite da Costantinopoli in Provenza, accolte e conservate in un monastero gestito dai benedettini.
Proprio in quegli anni la regione viene colpita da una malattia devastante. La chiamano “fuoco sacro”, poi “fuoco di Sant’Antonio”. Ma non è quello che oggi conosciamo come virus della varicella. Si tratta di ergotismo. L’intossicazione deriva dal consumo di pane di segale contaminato da claviceps purpurea. Il fungo provoca convulsioni, allucinazioni e gangrena degli arti.
Gli abitanti di tutta la Provenza e successivamente anche di altre zone, cominciarono ad accorrere all’abbazia per pregare e chiedere la grazia davanti alle sacre reliquie. E Antonio diventa un santo guaritore.
Gli Antoniani e il maiale con la campanella
Dal culto nasce l’Ordine degli Antoniani. I monaci curano i malati e preparano un balsamo a base di grasso di maiale che sembra lenire i danni della terribile malattia. Per questo allevano suini in grande quantità.
I maiali girano liberi, riconoscibili da una campanella al collo. Così il maiale entra stabilmente nell’iconografia del santo.
La benedizione degli animali
Con il tempo Sant’Antonio diventa protettore di tutti gli animali domestici e da cortile. E per affinità è protettore del lavoro agricolo, del fuoco, delle stalle. Così il 17 gennaio diventa il giorno in cui si benedicono gli animali “di casa” e i loro ricoveri. Il rito colpisce persino Goethe, che lo descriverà nel suo Viaggio in Italia nel 1787.
Fuoco, falò e riti di passaggio
Oltre agli animali Sant’Antonio è associato anche al fuoco Per questo in alcune località d’Europa, nel giorno della sua memoria liturgica, si accendono i fuochi. e falò.
I falò segnano la fine del buio e l’attesa della primavera.
Sono riti pagani cristianizzati. Il fuoco purifica, protegge e rinnova.
Brucia il passato e si prepara il futuro.
Non a caso la sua festa coincide con il periodo della macellazione del maiale. È il tempo in cui ci si assicura il sostentamento per l’inverno.
Sant’Antonio combatte il diavolo che rappresenta la malattia e la morte. E lo si invoca, in molte zone del sud d’Italia, con una filastrocca: “Sant’Antonio, Sant’Antonio lu nemico de lu dimonio”.
Da qui l’iconografia del santo eremita, accompagnato da un maialino con una campanella e poi per estensione da altri animali domestici, il fuoco e il bastone a forma di T, tipico degli eremiti.
La notte in cui gli animali parlano
Nella notte che precede la festa, la tradizione popolare, condita da leggenda, vuole che gli animali parlino tra loro.
I contadini però evitano le stalle. Poiché ascoltare le voci e i segreti degli animali porterebbe sventura.
È il confine sottile tra sacro e profano. Tra paura e rispetto per gli esseri viventi con cui si condivide il destino.
E infatti. Per la devozione popolare Sant’Antonio è l’eremita che cammina appoggiato al bastone a forma di T.
La lettera “tau”, lettera finale dell’alfabeto ebraico che allude appunto al destino di ogni essere vivente.
Accompagnato dal maialino con la campanella. Guarisce, protegge e veglia.
E nella notte del 17 gennaio, il suo mondo magico di animali e natura prende voce.
Laura Persico Pezzino





























































