La tomba dimenticata di Sarah Davis.

La tomba “dimenticata” di Sarah Davis si trova a pochi passi dall’ingresso del Cimitero Anglicano di Trieste. Una sepoltura semplice, incorniciata da un tempietto neoclassico, racconta una storia che intreccia filantropia, memoria e responsabilità pubbliche.
Il nome di Sarah Davis, benefattrice inglese, sopravvive oggi in una targa di una scomoda viuzza di Trieste, mentre il suo lascito continua a sollevare interrogativi.
Un eredità “perduta”
Nel testamento del 1904, Sarah Davis vincolò il suo unico erede, il Comune, alla manutenzione della tomba.
Una clausola chiara, destinata però a perdersi nel tempo.
Già negli anni Duemila la questione era riaffiorata, ma la sospensione della manutenzione risale addirittura al 1973, quando – come ricostruito da studi storici – l’eredità economica si era esaurita.
Da allora, come molte altre sepolture del cimitero anglicano, anche quella dei Davis passò sotto la gestione della comunità evangelica.
Il tema è tornato d’attualità in occasione del bicentenario del Cimitero riaccendendo il dibattito sullo stato delle tombe monumentali e sulla tutela della memoria cittadina.
La posizione del Comune
Il Comune ha annunciato interventi di recupero e restauro, insieme a nuove misure di sorveglianza contro il vandalismo.
Segnali importanti, che però non cancellano una domanda di fondo: che fine hanno fatto i beni immobili lasciati da Sarah Davis alla città?
La storia personale della benefattrice affonda le radici nell’Ottocento. John e Sarah Davis arrivarono a Trieste nel 1817, durante il viaggio di nozze. Lui intuì le potenzialità del commercio internazionale, fondando un’attività di export di stracci e residui tessili per le cartiere britanniche.
Alla sua morte, le fortune di famiglia confluirono nei figli, ma fu Sarah, unica superstite, a trasformare quella ricchezza in una missione filantropica. La stampa dell’epoca descriveva la sua casa come una meta continua di bisognosi.
Gli aiuti venivano concessi a una condizione precisa: l’assoluta segretezza della fonte.
Finanziò opere sociali, strutture assistenziali e iniziative per i più fragili, lasciando un segno profondo ma volutamente discreto.
Il testamento suggellò questo impegno
La villa di famiglia divenne il Ricreatorio Guido Brunner.
Il cuore dell’eredità fu destinato alla costruzione di un mercato coperto “in buona pietra”, che avrebbe trovato forma definitiva in un piccolo gioiello dell’architettura razionalista del 1936: il Mercato Coperto di Trieste.
Ma il patrimonio della Davis non si esauriva lì. Numerosi immobili furono donati al Comune, con l’obiettivo di garantire nel tempo la sostenibilità delle opere benefiche.
Perché, allora, già nel 1973 quel tesoretto risultava consumato? La domanda non è isolata. A Trieste esistono altri casi simili, tra ville, fondazioni e lasciti che avrebbero dovuto autoalimentarsi grazie agli affitti e alle rendite immobiliari, ma nella realtà non è cosi.
Il degrado della tomba di Sarah Davis diventa così il simbolo di una questione più ampia: la gestione delle eredità filantropiche e la responsabilità della memoria pubblica.






























































