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Addio a Jesse Jackson, icona dei diritti civili USA

17 Febbraio 2026 - 12:45--Attualità, Lutto-
Addio a Jesse Jackson, icona dei diritti civili USA

Jesse Jackson, il reverendo che aprì la strada a Barack Obama

La morte di Jesse Jackson chiude una delle pagine più intense della storia politica e civile degli Stati Uniti.

Il reverendo battista si è spento a 84 anni nella sua casa di Chicago, dopo una lunga battaglia contro il Parkinson, diagnosticato nel 2017, e una grave condizione neurodegenerativa che lo aveva costretto al ricovero negli ultimi mesi.

Per oltre sessant’anni Jackson ha incarnato la voce degli esclusi, dei poveri e dei dimenticati.

Ha marciato a Selma al fianco di Martin Luther King Jr..

Ha assistito al suo assassinio sul balcone del Lorraine Motel di Memphis nel 1968.

Da quel momento ha trasformato il dolore in azione politica e mobilitazione sociale.

Dalle marce per i diritti civili alla Rainbow Coalition

Nato in South Carolina in un contesto segnato da segregazione e discriminazione, Jackson conosce fin da giovane l’umiliazione e la povertà.

Proprio quell’esperienza alimenta la sua visione di una “Rainbow Coalition”, una coalizione arcobaleno capace di unire afroamericani, lavoratori poveri, immigrati e minoranze.

Nel 1984, alla Convention democratica, pronuncia parole che restano scolpite nella memoria collettiva: “La mia base sono i dannati, gli espropriati, i mancati di rispetto e i disprezzati”.

La sua retorica potente, ispirata alla tradizione delle chiese nere, conquista milioni di elettori.

Nel 1984 e nel 1988 si candida alla Casa Bianca.

Non ottiene la nomination democratica, ma raccoglie un consenso straordinario e apre una strada politica che decenni dopo porterà all’elezione di Barack Obama.

Lo stesso Obama riconosce il debito storico: “Io e Michelle siamo cresciuti sulle sue spalle”.

Luci e ombre di una figura controversa

Jackson non teme le critiche.

Espone le sue fragilità pubblicamente e affronta scandali personali che segnano la sua carriera.

Alcuni alleati storici, come Ralph Abernathy, contestano il suo tentativo di raccogliere l’eredità politica di King.

Eppure la sua influenza resta indiscutibile.

Ogni grande evento politico degli anni Ottanta e Novanta risente della sua presenza carismatica.

Il mediatore nelle crisi internazionali

Dopo le campagne presidenziali, Jackson utilizza la sua notorietà per intervenire in crisi internazionali.

Nel 1984 vola a Damasco e ottiene la liberazione del pilota americano Robert Goodman.

Successivamente incontra Fidel Castro, favorendo il rilascio di 23 prigionieri a Cuba.

Nel 1990 tratta con Saddam Hussein alla vigilia della Guerra del Golfo.

Nel 1999 incontra Slobodan Milošević durante la guerra del Kosovo e riporta a casa tre soldati statunitensi catturati.

Queste missioni rafforzano la sua immagine di mediatore informale ma efficace.

Un’eredità che divide ma non si cancella

Il cordoglio per la sua scomparsa attraversa gli schieramenti politici.

Anche Donald Trump lo definisce “una forza della natura”.

Nel bene e nel male, Jesse Jackson ha segnato la storia americana.

Ha trasformato la rabbia in mobilitazione.

Ha dato voce agli invisibili anticipando un cambiamento culturale che oggi appare irreversibile.

Con la sua morte si chiude l’era dei giganti dei diritti civili.

Resta però la traccia profonda di un uomo che non ha mai smesso di credere che la dignità potesse vincere sulla discriminazione.

LPP

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