Addio a Robert Duvall, il leggendario consigliere del “Padrino”

Robert Duvall, anima silenziosa del grande cinema hollywoodiano e non solo
È morto a 95 anni Robert Duvall, uno degli interpreti più intensi e rispettati del cinema americano.
Si è spento nella sua casa nelle campagne della Virginia.
Ad annunciarlo su Facebook è stata la moglie Luciana, che lo ha ricordato con parole intime e toccanti.
“Per il mondo era un attore premio Oscar, un regista, un narratore. Per me era tutto”, ha scritto.
Un omaggio che racconta meglio di qualsiasi curriculum la statura umana di un artista che ha attraversato oltre sessant’anni di cinema.
Il “consigliori” dei Corleone ne Il Padrino
Nato a San Diego, in California, Duvall ha trovato la consacrazione nel 1972 con Il Padrino di Francis Ford Coppola.
Nel ruolo di Tom Hagen, l’avvocato e consigliere di Vito Corleone, interpretato da Marlon Brando, Duvall costruì un personaggio sobrio, lucido, strategico.
Non alzava la voce.
Non cercava l’effetto.
Dominava la scena con misura e intelligenza.
Quella interpretazione gli valse la prima delle sue sette candidature agli Oscar.
Riprese il ruolo anche in Il Padrino – Parte II, consolidandosi come icona del cinema mondiale.
“Adoro l’odore del napalm al mattino”
Nel 1979 arrivò un altro ruolo entrato nella leggenda.
In Apocalypse Now, sempre diretto da Coppola, Duvall vestì i panni del colonnello Kilgore.
La battuta “Adoro l’odore del napalm al mattino” è diventata una delle più celebri della storia del cinema.
Con quel personaggio, magnetico e inquietante, ottenne una nuova nomination agli Academy Awards.
Dalle prime difficoltà all’Oscar
Il debutto sul grande schermo risale al 1962 con Il buio oltre la siepe, dove interpretò l’enigmatico Boo Radley.
Negli anni Sessanta a New York divideva piccoli appartamenti con attori in difficoltà come Dustin Hoffman e Gene Hackman.
La carriera decollò davvero tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta.
Con Il grande Santini ottenne la prima nomination come miglior attore protagonista.
Poi, nel 1984, conquistò l’Oscar grazie a Tender Mercies – Un tenero ringraziamento, diretto da Bruce Beresford.
In quel film diede vita a un’interpretazione silenziosa e minuziosa che confermò il suo talento unico.
Uno stile che ha segnato una generazione
Il suo ruvido naturalismo definì un’epoca.
Non cercava la celebrità a ogni costo, come accadde ad altri colleghi quali Robert De Niro, ma preferiva scavare nell’anima dei personaggi.
Lavorò anche in Network – Quinto Potere e firmò la regia di The Apostle – L’Apostolo, dimostrando versatilità e profondità narrativa.
In televisione ottenne cinque candidature agli Emmy per produzioni come Lonesome Dove e Broken Trail, vincendo due statuette.
L’eredità di un gigante discreto
Robert Duvall lascia un patrimonio artistico immenso.
Ha raccontato l’America nelle sue contraddizioni, nei suoi silenzi, nei suoi conflitti morali.
Ha dimostrato che la grandezza non ha bisogno di clamore.
Basta uno sguardo, una pausa, la verità di un gesto.
Con la sua scomparsa il cinema perde un interprete rigoroso, capace di restare sempre fedele ai personaggi e mai alle mode.
E proprio per questo, oggi più che mai, la sua lezione rimane viva.
LPP



































































