Giovanni Allevi e Zuppi: dietro la maschera, musica e rinascita

Quando l’arte interroga l’abisso: l’incontro tra Giovanni Allevi e Matteo Zuppi
Dal 24 al 27 settembre, il Festival Francescano ha animato Bologna. Il tema di quest’anno, “Sorella Morte”, ha dato spunto ai protagonisti dell’incontro “La bellezza che salva, il prodigio di musica e arte”, il Maestro Giovanni Allevi e il Cardinale Matteo Zuppi.
Un dialogo profondo e innamorato della vita, che ha fatto cadere ogni maschera trasformandosi in un corpo a corpo con le domande ultime dell’esistenza, davanti all’ineluttabilità della fine della vita.
Il Festival Francescano e il rumore goffo della fuga
Questo intenso incontro tra musica, arte e spiritualità porta alla luce una grande verità.
La morte non abita nel silenzio che la nasconde, ma nel rumore goffo di chi finge di non vederla.
Siamo soliti confinarla nei sotterranei del pudore sociale, mimetizzandola nell’illusione di una giovinezza plastificata.
Eppure è nostra compagna, ironica, implacabile, mentre inciampiamo nella nostra stessa smania dell’invulnerabilità.
Perfino l’uomo di Nazareth ha tremato davanti al calice amaro; fingere la superbia dei giganti significa soltanto tendersi agguati.
La lezione francescana ci insegna a guardare il mondo negli occhi, accettare il suo rovescio, abbracciando quella fine che ne definisce il perimetro e il senso.
Il contrappunto dell’abisso e la matematica celeste nel dialogo con Zuppi
In questo perimetro di fragilità e splendore, si muove il dialogo intimo e tagliente tra Giovanni Allevi e il Cardinale Matteo Zuppi.
Nessuna cattedra accademica anima questo incontro, ma il battito nudo di un’umanità che interroga l’abisso.
Quando il mieloma multiplo ha invaso il Maestro Allevi – che si trovava nel bel mezzo di un concerto a Vienna e, assalito da fortissimi dolori, fece immediato rientro a Milano – la sua mente non si è arresa alla statistica della sopravvivenza.
Ha compiuto un salto vertiginoso, aggrappandosi alla matematica celeste di Johann Sebastian Bach.
Quel genio immortale aveva tradotto il proprio nome in quattro note, lasciando un’opera monumentale incompiuta.
Allevi raccoglie quel testimone cifrato, interroga le lettere della propria malattia — m-i-e-l-o-m-a-m-u-l-t-i-p-l-o — convertendole in note. Nasce così una melodia — Do – La♭- Mi – Si – Re – Do – Do — estremamente dolce ed armonica.
Dall’alba di questa unione il Maestro, durante il ricovero in ospedale, darà vita al Concerto per violoncello “MM22”.
Una sublime operazione alchemica, dove la negatività bruta si trasforma in pura energia vitale.
Non è anestesia mentale, piuttosto un’illusione narcotica che profuma di amarezza, rivelandosi poi cruda realtà trasmutata in canto.
La sala d’attesa e il crollo dei ruoli che disarma Allevi
Poi arriva lo spartiacque.
Nella sala d’attesa di un ospedale oncologico, cinquant’anni di maschere pirandelliane vanno d’improvviso in frantumi.
Un tassista riconosce il volto noto, il brusio si placa, e il silenzio denso accoglie Giovanni Allevi sulla sedia della sala d’attesa.
Un anziano dalle mani ruvide, intarsiate da una vita intera di fatica, alza il braccio e disinnesca ogni gerarchia con un sorriso: “Qui siamo tutti uguali”.
Nessuna sfida, solo una dolcezza disarmante che restituisce il peso specifico della persona, spogliandola da qualsiasi etichetta mondana.
Cadono i simulacri di Uno, nessuno e centomila, e laddove credevamo di svanire nel nulla, scopriamo il principio autentico del nostro slancio.
Solitudine contemporanea e bellezza che salva nell’incontro di Bologna
Il Cardinale Zuppi affianca questa visione ribadendo un’urgenza collettiva: la solitudine contemporanea anestetizza e devasta.
Ci raccontiamo troppo spesso come isole, dimenticando che la forza risiede unicamente nel riconoscimento reciproco, nel sentirsi radicalmente fratelli, come ripete instancabilmente Papa Francesco.
Nel momento più buio, là dove Allevi ha toccato il fondo e sfiorato lo spegnimento, soccorre l’intuizione kantiana dell’io invisibile.
La sofferenza agisce come una nube passeggera, ma l’anima resta il cielo sconfinato.
L’immortalità non è una promessa astratta, ma un viaggio verticale dentro di sé, guidato dalla bussola dell’amore che attraversa il buio per scovare la luce.
La rivolta gentile dei giovani
Questa stessa urgenza di verità Giovanni Allevi e Matteo Zuppi la consegnano ai giovani, esortandoli a rivendicare il diritto sacrosanto alla fragilità.
In un mondo patinato che impone una comunicazione di sola bellezza fittizia, il maestro ribalta la prospettiva: il momento di sbandamento si fa meraviglia, la debolezza diventa fortezza.
Il Diritto alla Fragilità e la Trama Invisibile dei Legami
Oggi, mentre il compositore Allevi, cammina sui navigli, dopo il calvario ospedaliero, sperimenta la guarigione nella trama invisibile dei rapporti umani.
Il dolore fisico non scompare, ma si attenua di fronte alle confidenze dei viandanti, ai saluti e alle parole scambiate lungo le suo passeggiate mattutine.
L’energia della vicinanza spezza la tirannia della sofferenza, ricordandoci di essere mortali, quindi profondamente vivi.
Un concetto che fa saltare alla mente, una delle sue più celebri opere “Aria”, pubblicato come inedito all’interno dell’album dal vivo Allevilive il 12 ottobre 2007
Un brano che esprime a pieno il senso di ciò che la vita può donare, se si accoglie tutto ciò che la compone.
Un respiro a pieni polmoni, che lega profondamente e indissolubilmente morte e vita.
Giorgia Atzeni







































