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Green Boots, ovvero il mistero dell’Everest

17 Luglio 2026 - 09:00--Curiosità-
Green Boots, ovvero il mistero dell’Everest

Green Boots, il corpo simbolo dell’Everest potrebbe finalmente tornare a casa

Per oltre tre decenni è stato il volto silenzioso della montagna più alta del pianeta.

Un corpo immobile, avvolto dal ghiaccio e dal vento, diventato uno dei simboli più noti e controversi dell’alpinismo estremo.

Oggi, dopo trent’anni di interrogativi, il destino di Green Boots, il misterioso alpinista rimasto sull’Everest dal 1996, potrebbe finalmente cambiare. L’India sta infatti valutando una delicata operazione di recupero che, oltre a restituire dignità a una vittima della montagna, potrebbe risolvere definitivamente uno dei più grandi enigmi della storia himalayana.

Green Boots: la storia

Chi ha affrontato la via nord dell’Everest conosce perfettamente il nome di Green Boots. A oltre 8.500 metri di quota, nella cosiddetta “zona della morte”, il corpo dell’alpinista giace da decenni all’interno di una piccola cavità rocciosa, ribattezzata dagli scalatori “Green Boots Cave”.

Il soprannome nasce dagli inconfondibili scarponi verdi che indossava al momento della morte. Per migliaia di alpinisti quel punto è diventato, nel tempo, un vero riferimento lungo il percorso verso la vetta. Un’immagine impressionante che ha accompagnato intere generazioni di spedizioni e che ha contribuito a raccontare la durezza estrema dell’Everest.

Un’identità ancora avvolta nel dubbio

Per molti anni si è creduto che Green Boots fosse Tsewang Paljor, membro della Indo-Tibetan Border Police (ITBP), disperso durante la tragica spedizione indiana del maggio 1996.

Negli ultimi mesi, tuttavia, nuovi documenti preparati dalle autorità indiane per l’eventuale recupero della salma hanno riaperto completamente il caso. Secondo tali atti ufficiali, il corpo potrebbe appartenere invece a Dorje Morup, anch’egli componente della stessa spedizione e scomparso durante la medesima tragedia.

La diversa identificazione ha riacceso il confronto tra studiosi dell’alpinismo, compagni di spedizione e familiari, alimentando un dibattito che sembrava destinato a rimanere irrisolto.

La tragedia del maggio 1996

La vicenda di Green Boots è strettamente legata a uno dei momenti più drammatici nella storia dell’alpinismo mondiale.

Tra il 10 e l’11 maggio 1996 una violentissima tempesta investì contemporaneamente numerose spedizioni impegnate sull’Everest. Sul versante nepalese persero la vita diversi alpinisti occidentali, una tragedia resa celebre dal libro Aria sottile di Jon Krakauer.

Meno conosciuta, ma altrettanto devastante, fu la sorte della spedizione indiana impegnata sul versante tibetano. Secondo le ricostruzioni, Tsewang Paljor, Dorje Morup e Tsewang Smanla raggiunsero, o sfiorarono, la vetta prima di essere sorpresi dalla bufera durante la discesa. Nessuno riuscì a sopravvivere alle condizioni estreme.

Perché molti corpi restano sull’Everest

L’Everest custodisce ancora oggi i resti di circa duecento alpinisti deceduti nel corso degli ultimi decenni. Una realtà poco conosciuta dal grande pubblico ma ben nota agli specialisti della montagna.

Oltre gli ottomila metri il corpo umano lavora al limite delle proprie possibilità. L’ossigeno disponibile è circa un terzo rispetto al livello del mare, ogni passo richiede uno sforzo enorme e qualsiasi intervento diventa estremamente complesso.

Il recupero di una salma congelata può richiedere numerosi operatori altamente specializzati. Il peso del corpo, unito alle condizioni ambientali e ai continui rischi di valanghe, crepacci e improvvisi cambiamenti meteorologici, rende queste missioni tra le più difficili al mondo.

Per questo motivo molte vittime rimangono nel luogo in cui hanno perso la vita, trasformando alcuni punti della montagna in luoghi carichi di memoria e di rispetto.

Un recupero dal forte valore umano

Secondo il progetto allo studio, il recupero della salma dovrebbe essere affidato a una squadra di esperti alpinisti nepalesi con una lunga esperienza sulle grandi quote. L’operazione potrebbe concludersi entro l’autunno del 2026 e prevedere successivamente il rimpatrio della salma in India.

Non si tratterebbe soltanto di una straordinaria impresa tecnica. Per i familiari significherebbe poter celebrare, dopo trent’anni, un funerale e dare finalmente una degna sepoltura al proprio caro. Per il mondo dell’alpinismo rappresenterebbe invece la possibile conclusione di uno dei misteri più celebri dell’Everest, restituendo un nome e una storia all’uomo che tutti hanno conosciuto semplicemente come Green Boots.

 

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