stare nel lutto

Il lutto non va in vacanza: piccola guida per cuori in lutto

Il lutto non va in vacanza: piccola guida per cuori in lutto

Stare nel lutto senza affogare: alcune regole per sopravvivere

«La cura per ogni cosa è l’acqua salata: sudore, lacrime o il mare» Karen Blixen

Una citazione – quasi perfetta – da introdurre in un testo di commiato.

Ma cerchiamo di approfondirne il senso per dare la possibilità, a chi dovesse ascoltarla durante un rito funebre ma anche, di poterla fare propria e magari trarne sollievo.

Diciamoci la verità: il lutto ha un tempismo pessimo

Non si cura dei nostri piani il lutto, del fatto che si abbia già pagato la caparra per il lettino in prima fila o che la tua crema solare sia a protezione 50. Arriva, si siede sul tuo accogliente sdraio e non se ne va. 

E allora, visto che siamo qui, con l’orizzonte davanti e i gabbiani che volano sopra le nostre teste, tanto vale fare i conti con questa sgradita compagnia. 

Perché il dolore non si cancella con un tuffo, ma forse il mare sa come cullarlo.

Il kit di consapevolezza da spiaggia

Il diritto al “Non me ne frega niente”: mentre il vicino di ombrellone urla al telefono discutendo di fatturato o del calciomercato, tu hai il pieno diritto di fissare il vuoto. 

Stare nel lutto significa accettare che una parte di te è ferma, e non c’è nessuna transazione economica o tormentone estivo che possa riempire quel vuoto. Accettalo senza sensi di colpa.

Il fattore “Acqua Salata”: Karen Blixen aveva capito tutto senza bisogno di algoritmi.  Se devi piangere, fallo.  Le lacrime sono incluse nel prezzo del biglietto. 

Se ti vergogni degli occhiali da sole appannati, buttati in acqua: il mare è l’unico posto al mondo dove nessuno può distinguere il sale del pianto dal sale dell’acqua di mare. 

C’è una strana, bellissima complicità tra il tuo dolore e il mare: la fisica dell’orizzonte e il viaggio di chi resta. 

Guarda dove il mare tocca il cielo. Chi ci ha lasciato non è svanito nel nulla: ha solo cambiato fuso orario, passando “dall’altra parte”. 

Loro continuano il loro viaggio, liberi dal traffico e dalle scadenze terrestri.  

Noi, invece, abbiamo il dovere di continuare il nostro. 

Non è un tradimento verso di loro, è l’unico modo per onorare il fatto che siamo ancora qui a respirare.

Nessun obbligo di fermarsi per sempre. Esiste una sottile trappola mentale che ci impone di restare immobili nel lutto.

Come se essere felici o anche solo sereni per dieci minuti fosse un insulto a chi non c’è più. 

Spoiler: non lo è.

Non si ferma la giostra, anche se un passeggero straordinario è sceso alla sua fermata. 

Saremo sempre accompagnati da loro, ma sotto forma di vento leggero che ti asciuga il sudore sulla fronte. 

Quando sotto l’ombrellone ti avvolgerà quella brezza, saprai che la vista è condivisa anche con chi non si riesce più a vedere. 

Per un buon uso del dolore nel lutto

La pace non è l’assenza di dolore, ma la capacità di sentire il calore del sole sulla pelle mentre il nostro cuore spezzato prova a ricomporre i lembi delle sue ferite. 

Lascia che i gabbiani facciano rumore, lascia che le onde vadano e vengano. 

Tutto scorre, anche questa giornata.

Quindi, caro compagno di spiaggia, indossa quegli occhiali scuri, respira a fondo e guarda avanti. 

Chi hai perso non è dietro di te a guardarti con severità, ma è seduto sulla punta di quell’orizzonte, a godersi lo spettacolo del tuo coraggio nel voler ritrovare, nonostante tutto, la serenità.

Giorgia Atzeni 

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