Luciano De Crescenzo: la morte? Non è affar mio!

Una vita di ironica eleganza
Il ricordo più bello di Luciano De Crescenzo, scomparso il 18 luglio 2019, arriva da un amico che condivideva con lui la passione per la divulgazione: Piero Angela.
Per il celebre giornalista e divulgatore scientifico, De Crescenzo era “il perfetto erede dell’illuminismo napoletano”, un uomo capace di unire cultura, ironia, tolleranza e un’inesauribile curiosità verso la vita. Una mente brillante che affrontava anche i temi più complessi con leggerezza, senza mai rinunciare alla profondità del pensiero.
Piero Angela amava ricordare un episodio che Luciano gli raccontò durante le riprese di “Così parlò Bellavista”, il film diventato un autentico cult del cinema italiano degli anni Ottanta.
Durante una pausa sul set, un uomo si avvicinò a De Crescenzo invitandolo a casa per mostrargli qualcosa di speciale. Dopo qualche esitazione, accettò. Entrato nell’abitazione, vide un piccolo quadro appeso al muro, nascosto da un sipario e illuminato da una candela, proprio come un’immagine sacra.
«Ma chi è, San Gennaro?» chiese divertito.
L’uomo tirò il cordoncino del sipario e apparve un enorme punto interrogativo.
Per Piero Angela quella scena rappresentava perfettamente l’anima di Luciano De Crescenzo: un altarino dedicato al dubbio, simbolo di quello scetticismo intelligente, rispettoso e ironico che lui considerava una delle espressioni più affascinanti della cultura napoletana.
La “filosofia” del dubbio, alla napoletana
Era questa la sua filosofia: non offrire verità assolute, ma invitare a farsi domande. Per De Crescenzo il dubbio non era un limite, bensì uno straordinario strumento di libertà. Solo chi dubita continua a cercare, a conoscere e a comprendere il mondo.
Uomo di grande umorismo, profonda tolleranza, educazione raffinata e battute sempre folgoranti, qualità che lo rendevano unico.
Il suo sorriso, il suo modo di raccontare la filosofia e quel piccolo “altarino al dubbio” continuano ancora oggi a ricordarci una delle lezioni più preziose che ci ha lasciato: la vera intelligenza non nasce dalle certezze, ma dalla capacità di metterle continuamente in discussione.
Luciano De Crescenzo e la morte: quando la filosofia riesce a farci sorridere
Si può parlare della morte davanti a un caffè, senza abbassare lo sguardo e senza cambiare discorso?
Per Luciano De Crescenzo sì. Anzi, era proprio davanti a un caffè che riusciva a trasformare uno degli argomenti più difficili della vita in una riflessione leggera, profonda e sorprendentemente liberatoria. Un pensiero espresso con ironia, intelligenza e quella saggezza tutta partenopea capace di disinnescare perfino la paura della morte.
Ingegnere di formazione, nato il 18 agosto 1928, ha dedicato la sua vita a rendere la filosofia greca accessibile a tutti. Nei suoi libri, la filosofia smetteva di essere materia per pochi e diventava un racconto quotidiano, semplice, divertente e… umano.
L’umorismo come antidoto alla paura
In più occasioni Luciano De Crescenzo affrontò il tema della morte con una naturalezza disarmante.
La sua riflessione parte da un’osservazione semplice: c’è chi muore all’improvviso, senza accorgersene, lasciando nello sconforto chi resta. E c’è chi affronta una lunga malattia, consumandosi lentamente, fino a quando la morte diventa quasi un sollievo per chi ha condiviso quel dolore.
E allora arriva la provocazione, quella che solo un vero filosofo riesce a pronunciare senza risultare cinico.
Se potesse scegliere, preferirebbe non accorgersi del proprio trapasso, anche a costo di lasciare maggiore sofferenza ai suoi cari.
Non è egoismo. È l’ammissione, lucidissima, di una verità che quasi tutti pensano ma pochi hanno il coraggio di dire: quando siamo costretti a scegliere tra il nostro dolore e quello degli altri, desideriamo semplicemente andarcene in pace.
De Crescenzo non giustifica questo pensiero. Lo osserva. Lo accetta. Lo racconta con il sorriso, perché la filosofia, prima ancora di insegnare, serve a comprendere l’essere umano.
La morte? “Non è affar mio”
La sua frase più celebre racchiude perfettamente questo modo di guardare alla vita:
“La morte non mi riguarda. Se io ci sono, lei non c’è. Se lei c’è, io non ci sono. Dunque non è affar mio.”
È una battuta. Ma è anche filosofia nella sua forma più pura.
Dentro quelle poche parole c’è l’invito a smettere di vivere prigionieri della paura dell’inevitabile e a concentrare le energie su ciò che conta davvero: la vita.
Forse è proprio questo il lascito più grande di Luciano De Crescenzo. Non averci insegnato a non temere la morte, ma ad amare così tanto la vita da non permettere alla morte di rubarle spazio.
E voi?
Se davvero poteste scegliere, preferireste accorgervi dell’ultimo istante o lasciarvi sorprendere dalla vita… fino alla fine?
Laura Persico Pezzino





































