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L’Ultimo Ritratto: la strada della conciliazione

L’Ultimo Ritratto: la strada della conciliazione

Viaggio nelle ritualità funebri

Continua la serie di articoli che abbiamo definito “Diario del Cerimoniere Funebre”: un percorso di riflessioni (scritte) nel quale approfondire quanto più possibile le sfaccettature di questa “presenza” che si aggira nel mondo della funeraria.

E proseguiamo portandovi in quel viaggio che ogni professionista del commiato, compie quotidianamente: un “Ultimo Ritratto”, cioè la somma di gesti e parole che compongono la ritualità dell’accompagnamento.

Ogni defunto con la sua storia, ogni parola dei suoi cari accolta con cura, ogni gesto reso per fornire senso d’unione e levità.

Durante questo viaggio alla scoperta della ritualità personalizzata, vi auguro dì abbracciare ogni emozione e di poter condividere l’empatia, che guida quotidianamente me e i miei colleghi.

La mia prima possibilità

Durante il corso di formazione che ho seguito una frase della docente mi è rimasta impressa nella mente più di ogni altra:

“Da lunedì prossimo, concluso il percorso, sarete ufficialmente dei cerimonieri funebri, mettetevi in gioco.”

Ho preso quelle parole alla lettera.

Il lunedì mattina, tornata al lavoro, ho accolto una famiglia colpita da un lutto.

Durante il colloquio per l’organizzazione delle esequie, di fronte a una situazione emotivamente molto complessa, ho avvertito una spinta reale a “fare”.

La famiglia, reduce da una dolorosa successione di lutti ravvicinati, manifestava un’iniziale e comprensibile resistenza verso qualsiasi tipo di ritualità, unita a un profondo sentimento di rabbia.

È stato in quel preciso momento che ho proposto la mia primissima cerimonia laica.

Sentivo che quel contesto, così delicato, richiedeva un approccio diverso, e la determinazione nel voler dare risposte concrete a quella famiglia ha superato qualsiasi esitazione, segnando l’inizio effettivo del mio percorso come professionista del commiato.
L’approccio con la famiglia e l’analisi del bisogno

Entrai in punta di piedi, in una realtà complessa e segnata da un forte vissuto traumatico.
Attraverso un dialogo empatico e mirato, ho indagato la possibilità di declinare una celebrazione su misura.
Proposta che è stata accolta dai congiunti. Anche se con insicurezza, si erano affidati a me.
Il colloquio proseguì con domande specifiche sulla figura del defunto, sulla sua personalità e sull’eredità affettiva lasciata.
La moglie ed il cognato, a quel punto, hanno aperto lo spazio a una narrazione intima, costellata di aneddoti, ma anche alla condivisione di ferite passate che questo nuovo lutto aveva inevitabilmente riaperto.
Le confidenze e i sentimenti espressi dalla moglie, sono diventati la materia prima per l’elaborazione del rito personalizzato.
Una richiesta fondamentale fu: una cerimonia sobria, contenuta nella durata e non ridondante, capace di rispettare la loro iniziale volontà di “non fare”, ma al contempo di assolvere al bisogno umano di celebrare la memoria del proprio caro.
Questo primo scambio è stato fondamentale non solo per strutturare il rito, ma anche per capire i limiti da dover mantenere.
Quei delicati spazi privati da non dovere superare.

Dalla vertigine del foglio bianco alla stesura del rito

Concluso il colloquio, mi sono ritrovata davanti al computer con la classica “vertigine del foglio bianco”, ma anche con un bagaglio umano incisivo.
Da una parte avevo una quantità straordinaria di spunti e aneddoti che la famiglia mi aveva affidato, dall’altra, sentivo il peso di una responsabilità enorme.
Avevo intuito perfettamente la loro fragilità: per loro, non celebrare il funerale non era un rifiuto della memoria, ma un meccanismo di difesa.
“Se non facciamo nulla, è come se non fosse successo niente.”
Allora applicai la regola d’oro: meno sovrastrutture e più autenticità.
Mi sono detta che l’unico modo per onorare quella fiducia, era utilizzare la verità, senza filtri o formule preconfezionate.
L’obiettivo della stesura è diventato quasi terapeutico: contrapporre alla “pesantezza” accumulata, una necessaria dose di serenità e leggerezza.
Ho strutturato così un rito volutamente semplice, una sorta di “fermata e ripartenza”.
Volevo che potessero fermarsi a guardare il dolore senza esserne schiacciati, offrendo loro luce sul futuro.

La strada della conciliazione

Questa ritualità ha un lascito prezioso: una frase profonda che la moglie mi ha confidato e che ha suscitato in me un’immensa eco emotiva.

È stato intorno a quelle parole che ho scelto di tessere e costruire l’intera cerimonia per questo signore, trasformandole nel cuore pulsante di questo ultimo ritratto.

Questa frase vorrei regalarla a voi, vi lascio pertanto con le sue parole rivolte al marito:

“Ci hai lasciato un eredità molto ingombrante, se puoi, se riesci, aiutaci a saldare l’enorme debito d’Amore che ognuno di noi ha con te.”

Giorgia Atzeni

Nota di Redazione: TGFuneral24 è sempre aperta a quanti nel settore desiderano esprimere la propria opinione su questioni di interesse comune o anche per sollevare la civile discussione. Per questo abbiamo accolto il contributo di Giorgia Atzeni, qui 👇potete scoprire chi è l’autrice di questo articolo.

 

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