Ormezzano: un cuore Toro e la scrittura come droga.

28 Novembre 2017 - 04:09--Attualità--
Ormezzano: un cuore Toro e la scrittura come droga.

“La buona sera”, la rivista che racconta la morte senza paura né irriverenza

Esiste una rivista capace di parlare della morte con intelligenza, sensibilità e una sottile vena di ironia.

Si chiama “La buona sera” e si presenta come un “periodico di vita, morte e miracoli”.

In realtà, le sue pagine concedono poco spazio alla vita e ai miracoli.

Il tema centrale è il rapporto dell’uomo con la morte, raccontato attraverso cultura, tradizioni, spettacolo e costume.

La rivista non cerca la provocazione e non tratta il lutto in modo dissacratorio.

Il suo obiettivo è osservare ciò che spesso la società preferisce nascondere.

Una rivista dedicata alla cultura funebre

“La buona sera” affronta il rito funebre nelle sue numerose forme.

Ogni numero raccoglie storie, curiosità e riflessioni sull’ultimo saluto.

Tra gli argomenti trovano spazio i funerali di New Orleans, accompagnati dalle celebri bande musicali.

Queste cerimonie trasformano il corteo in un momento collettivo, dove dolore, musica e memoria procedono insieme.

La rivista racconta anche il modo in cui la morte viene rappresentata nel cinema, nel teatro e nell’opera.

Il congedo diventa così un elemento narrativo, artistico e simbolico.

Non mancano storie più intime e sorprendenti.

Una di queste riguarda alcuni amici che decisero di acquistare tombe vicine.

Il loro desiderio era restare uniti anche dopo la morte.

Giampaolo Ormezzano alla direzione

A guidare la rivista fu Giampaolo Ormezzano, una delle firme più autorevoli del giornalismo sportivo italiano.

Il periodico non rispettava una vera cadenza mensile.

Usciva soltanto quando la redazione riteneva di avere contenuti abbastanza interessanti per costruire un nuovo numero.

Questa periodicità irregolare contribuiva a renderlo un prodotto raro e ricercato.

Ogni uscita veniva considerata quasi un piccolo oggetto da collezione.

Nelle sue pagine apparvero anche firme prestigiose.

Michele Serra, per esempio, affrontò con ironia una situazione paradossale legata ai cosiddetti “coccodrilli”.

Nel linguaggio giornalistico, il coccodrillo è un articolo preparato in anticipo sulla vita di un personaggio famoso.

Il testo viene conservato in archivio e pubblicato al momento della sua morte.

Ma cosa accade quando muore prima il giornalista che lo ha scritto?

L’articolo deve conservare la sua firma oppure deve essere aggiornato?

Una domanda insolita, capace di raccontare con leggerezza le consuetudini meno conosciute delle redazioni.

L’idea nata dall’incontro tra sport e Pompe Funebri

La storia della rivista nacque dall’amicizia tra Ormezzano e Alcide Cerato.

Prima di diventare un impresario funebre, Cerato aveva costruito una carriera nel ciclismo professionistico.

Per diversi anni aveva pedalato come gregario, affrontando gare e migliaia di chilometri al servizio dei propri capitani.

Conclusa l’esperienza sportiva, scelse di lavorare nel settore delle pompe funebri.

La nuova professione gli fece però scoprire quanto la morte fosse ancora considerata un argomento scomodo.

Quando raccontava il proprio lavoro, molte persone cambiavano discorso oppure manifestavano imbarazzo.

Cerato confidò questa difficoltà all’amico giornalista.

Ormezzano gli suggerì una risposta tanto semplice quanto originale: diventare editore.

Da quella conversazione prese forma “La buona sera”.

Ventimila copie distribuite gratuitamente

Ogni numero veniva stampato in circa 20.000 copie.

La rivista non arrivava nelle edicole e non veniva venduta al pubblico.

Le copie erano distribuite soprattutto a giornalisti, medici, farmacie e strutture sanitarie.

Il periodico non nasceva come un catalogo commerciale.

Al suo interno non trovavano spazio inserzioni dedicate all’attività funebre dell’editore.

La pubblicazione voleva mantenere una propria identità culturale e giornalistica.

La morte diventava un tema da approfondire, non un servizio da promuovere.

Un modo diverso di parlare della morte

“La buona sera” rappresentò un esperimento editoriale fuori dagli schemi.

La rivista provò a superare il silenzio che spesso accompagna la morte nella società contemporanea.

Lo fece senza spettacolarizzare il dolore e senza rinunciare all’ironia.

Funerali, tombe, necrologi e rappresentazioni artistiche diventavano strumenti per comprendere meglio la vita.

In fondo, parlare della morte significa anche riflettere sulla memoria, sugli affetti e sul modo in cui desideriamo essere ricordati.

Proprio questa prospettiva trasformò un periodico apparentemente bizzarro in un originale spazio di cultura funebre.

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