Ricordando Alain Delon con il film “La prima notte di quiete”

“La morte è la prima notte di quiete, perché è la prima notte in cui si dorme senza sogni” citazione dal film di Valerio Zurlini, 1972
Nel giorno del secondo anniversario della morte di Alain Delon, scomparso il 18 agosto 2024, il ricordo dell’attore francese passa anche attraverso uno dei film più intensi e forse meno popolari della sua straordinaria carriera: La prima notte di quiete.
Diretto nel 1972 da Valerio Zurlini, il film appartiene a quella parte della filmografia di Alain Delon nella quale il fascino indiscusso dell’attore lascia spazio a una figura inquieta, profondamente malinconica e a una delle interpretazioni più intense della sua carriera.
La prima notte di quiete racconta un amore, ma non solo. Al centro dell’opera troviamo una meditazione esistenziale sulla vita, sulla solitudine e sul significato della morte. Zurlini costruisce il racconto attorno a Daniele Dominici, professore di lettere interpretato da un Alain Delon lontano dall’immagine elegante e sicura che spesso aveva portato sullo schermo.
Il Daniele/Alain del film è un uomo stanco, trasandato, disilluso. Attraversa la vita quasi senza riuscire più a parteciparvi davvero.
Daniele Dominici e il mal di vivere
Fin dalle prime immagini emerge il profondo mal di vivere che accompagna Daniele. Il personaggio sembra incapace di trovare un punto fermo, un obiettivo oppure una ragione abbastanza forte per ricominciare.
Zurlini trasforma la sua esistenza in una dolorosa traversata. Ogni possibilità di redenzione appare “provvisoria”.
Il film è ambientato in una Rimini crepuscolare e livida. Qui il professor Dominici arriva per lavorare come supplente. La città che incontra non ha nulla dell’immagine luminosa associata alla capitale della Riviera romagnola. Il regista sceglie una Rimini invernale, nebbiosa, fredda e quasi deserta, trasformandola nello specchio ideale dello stato d’animo del protagonista.
Il paesaggio non accompagna semplicemente la storia. Ne diventa parte integrante.
Il mare d’inverno, le strade immerse nella foschia e gli ambienti notturni sembrano raccontare ciò che il protagonosta non riesce a esprimere apertamente: la sensazione di trovarsi in un’esistenza ormai priva di direzione.
Tentativi di sfuggire al vuoto
Daniele cerca continuamente qualcosa che interrompa questa immobilità interiore. Il gioco d’azzardo, le frequentazioni notturne e le relazioni tormentate diventano tentativi di riempire il vuoto.
Ma niente sembra bastare.
Dietro l’apparente indifferenza si nasconde un uomo che continua a interrogarsi sul senso della propria presenza nel mondo.
Per questo il personaggio può ricordare alcune grandi figure della letteratura e del cinema esistenzialista: dall’Alain Leroy di Fuoco fatuo al Meursault de Lo straniero. In tutti emerge, con caratteristiche diverse, la distanza fra l’individuo e un mondo nel quale non riesce più a riconoscersi.
L’attore restituisce questo disagio evitando grandi esplosioni emotive. Lavora soprattutto sullo sguardo, sulle pause, sui silenzi e sull’atteggiamento fisico. Il celebre cappotto color cammello, la barba incolta e l’espressione stanca sono la cifra visibile di una interpretazione memorabile.
Vanina, l’amore come ultima possibilità di salvezza
Dentro questo universo senza punti di riferimento entra Vanina Abati, la giovane studentessa interpretata da Sonia Petrovna.
Tra Daniele e Vanina nasce una relazione complessa. Un incontro fra due persone tormentate, ma per Daniele quella ragazza diventa progressivamente la possibilità di immaginare un’altra vita.
Vanina rompe per qualche tempo il meccanismo della rassegnazione.
Grazie a lei, Daniele sembra intravedere qualcosa che aveva smesso di cercare: un sentimento autentico, una possibilità di cambiamento e forse persino un futuro.
L’amore diventa così l’ultima occasione di riscatto.
Eppure Zurlini evita qualsiasi consolazione facile. La felicità appare sempre precaria. Daniele porta dentro di sé un peso troppo grande perché un sentimento, per quanto intenso, possa cancellarlo improvvisamente.
L’amore illumina per qualche istante il suo cammino, ma non riesce a modificare completamente la direzione della sua esistenza.
Perché il film si chiama “La prima notte di quiete”
Il significato del titolo, tratto da un verso di Goethe, è la chiave di lettura dell’intero film.
La prima notte di quiete è la morte, concepita non come una fine tragica e spaventosa, ma come l’unica, agognata possibilità di riposo e di pace per un’anima tormentata.
Il percorso di Daniele è una marcia inevitabile verso questa “notte”, dove finalmente i tormenti, i rimpianti e la continua ricerca di un senso svaniscono.
Il film rovescia la concezione tradizionale della morte, trasformandola da una fine spaventosa in un porto sicuro, l’unico luogo dove il protagonista può trovare la quiete che la vita gli ha sempre negato.
Per Daniele, la morte non coincide soltanto con la cessazione della vita. Diventa simbolicamente la fine dell’inquietudine, il momento nel quale domande, rimpianti, fallimenti e desideri smettono di tormentare l’individuo.
È una concezione cupa, radicale e profondamente coerente con l’universo narrativo creato da Zurlini.
La morte non come sorpresa, ma come presenza costante
Il film è permeato fin dall’inizio da una sensazione di inevitabilità.
Lo spettatore comprende che Daniele si muove continuamente sul confine tra il desiderio di ricominciare e la convinzione che ormai sia troppo tardi.
Vanina introduce una possibilità diversa. Per un breve periodo sembra aprire una strada verso il futuro. Ma il passato, la disillusione e il senso di sconfitta continuano a incombere.
Per questo la conclusione tragica non appare come un semplice colpo di scena.
Zurlini prepara quella conclusione attraverso l’intero film: nelle atmosfere, nei dialoghi, nei silenzi e persino nel paesaggio. La morte accompagna Daniele molto prima di diventare un evento concreto.
Il film rovescia così la rappresentazione tradizionale della fine. Dal punto di vista tormentato del protagonista, la morte assume i contorni di un approdo silenzioso, mentre la vita rappresenta il luogo dell’inquietudine e della ricerca irrisolta.
Non si tratta di un’affermazione universale sul valore della vita, ma della prospettiva profondamente nichilista attraverso la quale Zurlini costruisce il dramma di Daniele.
Zurlini racconta anche una parte di sé
È difficile separare completamente Daniele Dominici dalla sensibilità di Valerio Zurlini.
Il regista ha attraversato gran parte della propria filmografia raccontando personaggi segnati dalla perdita, dal tempo, dall’impossibilità di trattenere la felicità e da quella che lui stesso definiva una sorta di “malinconia senza rimedio”. Questa dimensione attraversa molte delle sue opere.
In La prima notte di quiete questi temi raggiungono forse una delle loro espressioni più radicali.
Daniele diventa quindi qualcosa di più di un protagonista cinematografico. È l’incarnazione di una domanda alla quale il film rifiuta di dare una risposta rassicurante: che cosa rimane quando una persona non riesce più a trovare un significato nella propria esistenza?
Alain Delon oltre il mito della bellezza
Rivedere oggi La prima notte di quiete permette anche di comprendere quanto fosse profondo il talento di Alain Delon.
Qui non troviamo soltanto la star internazionale, l’icona di eleganza e bellezza che ha attraversato decenni di cinema europeo. Troviamo un interprete disposto a spogliarsi della propria immagine per diventare un uomo sconfitto, vulnerabile e quasi consumato dalla propria malinconia.
A due anni dalla morte, un Delon da riscoprire
A due anni dalla scomparsa di Alain Delon, La prima notte di quiete rappresenta dunque uno dei film più significativi per ricordarne la grandezza.
Non necessariamente il più famoso. Forse nemmeno quello immediatamente associato al suo mito.
Valerio Zurlini costruì una storia nella quale amore e morte, desiderio e rassegnazione, speranza e sconfitta convivono continuamente. Al centro mise un uomo incapace di trovare nella vita quella serenità che continua disperatamente a cercare.
Alain Delon gli diede un volto.
E proprio quel volto stanco, malinconico e distante rende ancora oggi Daniele Dominici un personaggio difficile da dimenticare.
Alain Delon: non soltanto il divo, ma l’interprete capace di trasformare il mal di vivere in grande cinema.
Guarda qui il trailer del film “La prima notta di quiete” di Valerio Zurlini (1972)
Laura Persico Pezzino






































