suicidio medicalmente assistito

Suicidio medicalmente assistito con SSN anche in Lombardia

31 Agosto 2026 - 08:45--Fine Vita, Primo piano, Sanità-
Suicidio medicalmente assistito con SSN anche in Lombardia

Il primo caso di suicidio assistito interamente gestito dal Servizio Sanitario Nazionale a Milano

La Lombardia registra il suo primo caso conclamato di suicidio medicalmente assistito gestito interamente dal SSN.

D.Z., di 59 anni, è morto il 25 agosto 2026 dopo una lunga battaglia iniziata nel 2025.

Affetto da una gravissima forma di sclerosi multipla l’uomo ha affrontato una scelta estremamente complessa.

E l’Associazione Luca Coscioni lo ha accompagnato lungo questo percorso di straordinaria consapevolezza.

La presa in carico da parte di una struttura sanitaria pubblica rappresenta una svolta storica per la libertà e l’autonomia individuale.
La vicenda assume particolare rilievo perché, per la prima volta nella regione, il SSN non si è limitato alla verifica delle condizioni previste dalla giurisprudenza.

Ha organizzato anche l’intera fase attuativa della procedura.

Tuttavia, l’Associazione Coscioni, evidenzia l’urgenza di regolamentare con chiarezza le procedure.

La domanda di accesso all’iter era stata presentata l’8 novembre 2025, attendendo circa 290 giorni per ottenere l’autorizzazione.

Indicando inevitabilmente, un ritardo considerevole rispetto ai 145 giorni previsti dalle linee guida vigenti.

Questo dimostra la necessità imminente di una legge organica che garantisca percorsi certi e tempestivi.

Normativa e pratica del fine vita in Italia

In Italia non esiste ancora una legge statale strutturata sul tema del fine vita.

La procedura attuale si basa interamente sulla storica sentenza 242 del 2019 della Corte Costituzionale.

Il percorso richiede il rispetto rigoroso di quattro requisiti fondamentali per poter essere autorizzato legalmente.

Il richiedente deve risultare capace di intendere e di volere e deve essere certificata di una patologia irreversibile e con condizioni psicofisiche estremamente gravi.

Le sofferenze fisiche o psicologiche devono essere del tutto intollerabili per il paziente medesimo.

Risulta inoltre indispensabile la presenza di trattamenti di sostegno vitale a mantenere in vita la persona.

L’iter prevede la verifica formale da parte dell’ASL competente e del comitato etico.

Il Servizio Sanitario Nazionale fornisce il farmaco idoneo, le apparecchiature necessarie e un luogo adeguato.

L’atto finale deve avvenire esclusivamente tramite auto somministrazione controllata o tramite un macchinario autogestito.

Nessun medico o terzo può somministrare il farmaco, poiché commetterebbe il reato di omicidio del consenziente.

Il dibattito sul vuoto legislativo nazionale

La vicenda riporta, ancora una volta, l’attenzione su una questione che da anni divide cittadini, politica, giuristi, associazioni e mondo sanitario.

Una legge nazionale sul fine vita che disciplini in modo organico il suicidio medicalmente assistito è ormai una questione non più rinviabile.

Le pronunce della Corte Costituzionale hanno tracciato alcuni confini entro i quali la non punibilità dell’aiuto al suicidio può trovare applicazione.

Tuttavia, il Parlamento non ha ancora definito un sistema legislativo completo e uniforme.

Di conseguenza, Aziende Sanitarie e Regioni devono affrontare questioni operative particolarmente complesse.

Il tema riguarda i tempi di valutazione, le modalità di verifica, il ruolo del personale sanitario, le strutture coinvolte e le procedure concrete.

Le posizioni contrapposte sul suicidio medicalmente assistito

L’assessore lombardo al Welfare Guido Bertolaso ha spiegato che Regione Lombardia aveva scelto inizialmente di non divulgare la notizia.

La decisione rispondeva alla volontà espressa dal paziente di evitare una strumentalizzazione della propria morte.

Dopo la diffusione pubblica del caso, l’assessore ha confermato che il percorso si è svolto nel rispetto delle indicazioni regionali e dei principi fissati dalla Corte costituzionale.

Bertolaso ha inoltre criticato la trasformazione di una vicenda personale e delicata in terreno di contrapposizione mediatica.

Il caso ha immediatamente riacceso lo scontro politico e culturale.

L’Associazione Luca Coscioni, con Filomena Gallo e Marco Cappato, considera la vicenda un passaggio importante per le persone che in futuro presenteranno richieste analoghe.

L’associazione ha inoltre sollecitato nuovamente il Consiglio regionale lombardo a intervenire sul tema.

Sul fronte opposto, le organizzazioni contrarie al suicidio assistito hanno criticato duramente il coinvolgimento diretto del sistema sanitario.

Il dibattito riguarda soprattutto la missione della sanità pubblica, il rapporto tra autodeterminazione individuale e tutela della vita e il ruolo delle cure palliative.

Libertà di scelta e di dignità per il futuro di tutti

Il primo caso nel quale il sistema sanitario lombardo ha organizzato direttamente l’intera fase attuativa della procedura conferisce alla questione una rilevanza che supera i confini regionali.

Il caso pone domande giuridiche, sanitarie, politiche ed etiche che difficilmente potranno restare senza risposta.

La questione deve quindi tornare al Parlamento.

Una normativa nazionale potrebbe stabilire criteri uniformi, definire responsabilità e tempi certi e chiarire il ruolo delle strutture sanitarie.

Fino ad allora, ogni nuovo caso continuerà inevitabilmente a confrontarsi con un sistema costruito attraverso sentenze, disposizioni sanitarie e differenti interpretazioni territoriali.

Il fine vita in Italia torna al centro del dibattito pubblico e rende ancora più urgente una scelta legislativa capace di offrire regole chiare su una delle questioni più delicate della società contemporanea.

La libertà di scegliere, consapevolmente, se e quando porre fine alla propria vita terrena, rimanendo nei confini della dignità umana è un diritto non più procrastinabile.

Laura Persico Pezzino

 

 

 

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