È morto Mimmo Jodice, maestro della fotografia.

29 Ottobre 2025 - 05:50--Cultura, Lutto-
È morto Mimmo Jodice, maestro della fotografia.

È morto, a 91 anni, Mimmo Jodice unanimemente considerato tra i più grandi maestri della fotografia italiana e internazionale e pioniere della fotografia d’avanguardia.

Con le sue foto ha saputo trasformare la realtà in poesia visiva, facendo della luce uno strumento di racconto e memoria.

Le origini e la carriera di un maestro dello sguardo

Nato nel Rione Sanità di Napoli, Mimmo Jodice si avvicina alla fotografia negli anni Cinquanta, trasformando presto una curiosità in vocazione artistica.
Negli anni Sessanta emergono le sue prime esposizioni e le collaborazioni con grandi protagonisti dell’arte contemporanea, tra cui Lucio Amelio, Andy Warhol, Sol LeWitt, Joseph Beuys, Michelangelo Pistoletto, Jannis Kounellis e Alberto Burri.
Il suo lavoro, carico di tensione estetica e riflessione filosofica, esplora la relazione tra tempo, spazio e memoria.
Jodice porta la sua arte nei musei di tutto il mondo, dal Philadelphia Museum of Art nel 1995 alla Maison Européenne de la Photographie nel 1998, consacrandosi come uno dei più influenti autori della fotografia del Novecento.

Napoli e il Mediterraneo: il cuore della sua visione

Al centro del suo sguardo c’è sempre stata Napoli, città amata e osservata senza cliché.
Con la sua macchina fotografica, Jodice ha raccontato la bellezza metafisica del Mediterraneo, le rovine antiche e i volti contemporanei, la luce sospesa e il silenzio dei luoghi.
Il suo lavoro è stato capace di fondere arte e realtà, facendo dialogare la classicità delle forme con la modernità dello sguardo.

Jodice era un uomo mite, riservato, gentile. Fino all’ultimo ha saputo custodire una profonda umanità, serena e composta, nonostante le sofferenze e le incertezze attraversate nel tempo.

Trovava rifugio e pienezza solo nel suo regno, la camera oscura dal riflesso rossastro, che non ha mai voluto smantellare nella sua casa di Posillipo, colma di opere d’arte dei grandi artisti con cui aveva collaborato.
Si definiva “un predestinato alla fotografia”, ma per lui quell’incontro con l’immagine meccanica non fu mai un fine, bensì un mezzo per esplorare il mondo e se stesso.

Mimmo Jodice

Alla fotografia intesa come sistema, carriera o mondanità, è rimasto sempre estraneo.
Ha rifiutato con decisione la definizione comune secondo cui la fotografia sarebbe “uno strumento per riprodurre il reale così come appare”.
Per Jodice, il reale andava piuttosto smascherato, liberato dal velo di presunzione e ipocrisia che lo avvolge.
“Fotografare significa rappresentare, non documentare”, amava dire.

Nel vasto corpus di opere che ci lascia, si alternano costantemente la quiete della memoria storica e il dramma del presente.
Lui stesso riconosceva questo dualismo, descrivendolo come “un sentimento della finitezza e della incomprensione”.
Come il protagonista de Il vagabondo delle stelle di Jack London, Jodice ha sfidato la linearità del tempo, opponendosi alla sua falsa razionalità cartesiana.
Ha viaggiato come un Ulisse nel Mediterraneo — e oltre — in cerca dei segni dell’uomo che, nei secoli, si sovrappongono e si intrecciano.
Lo ha fatto con la leggerezza del pensiero distratto, quella che più si avvicina alla dimensione del sogno.

Amava citare una frase di Pessoa: “Ma cosa stavo pensando prima di perdermi a guardare?”.
Perché guardare, per lui, significava smarrirsi — ma anche risvegliarsi.
E in quello sguardo, come accade alle sue statue, ritrovare la propria umanità.

LPP

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