La bioarcheologia delle cremazioni

29 Aprile 2026 - 12:30--Archeologia, Curiosità-
La bioarcheologia delle cremazioni

La bioarcheologia delle cremazioni sta rivoluzionando il modo in cui interpretiamo il passato.
Per lungo tempo, i resti umani combusti sono stati considerati difficili da analizzare e poco informativi.
Oggi, invece, rappresentano una delle fonti più preziose per comprendere i rituali funerari, la struttura sociale e le caratteristiche biologiche delle popolazioni antiche.

In questo contesto si inserisce il recente studio pubblicato su PLOS ONE, nota rivista scientifica internazionale pubblicata dalla Public Library of Science dal 2006.

Lo studio è dedicato ai resti provenienti dalla necropoli romana imperiale di La Cona (Teramo), uno dei siti più rilevanti dell’Italia centro-adriatica per lo studio delle pratiche funerarie tra I secolo a.C. e I secolo d.C.

Un approccio interdisciplinare per leggere il passato

La ricerca nasce dalla collaborazione tra importanti istituzioni accademiche, tra cui l’Università di Padova, la Sapienza Università di Roma e l’Università di Bologna, insieme alla Soprintendenza e all’Accademia Polacca delle Scienze.

Secondo la coordinatrice Melania Gigante, le cremazioni rappresentano un osservatorio privilegiato per comprendere il rapporto tra corpo, rito e identità.
Oggi, grazie a strumenti avanzati, è possibile interpretarle come sistemi complessi in cui si intrecciano dati culturali e biologici con un livello di dettaglio mai raggiunto prima.

Sepolture complesse e rituali strutturati

Le analisi condotte sui contesti di La Cona hanno rivelato un dato sorprendente.
In molte sepolture erano presenti resti di più individui, tra adulti, adolescenti e infanti.

Questo elemento indica pratiche funerarie tutt’altro che casuali.
La raccolta delle ossa dopo la cremazione non avveniva in modo indiscriminato, ma seguiva criteri precisi riconducibili all’ossilegium, ovvero la selezione intenzionale dei resti.

In particolare, emerge una ricorrenza significativa di frammenti di cranio e ossa lunghe.
Si tratta di una scelta consapevole, che conferma l’esistenza di un rituale articolato e codificato.

Accanto ai resti umani, gli archeologi hanno individuato anche ossa animali combuste — ovicaprini, suini, galli e molluschi.
Questi elementi vengono interpretati come offerte rituali, segno di una dimensione simbolica profondamente radicata nella cultura funeraria romana.

La rivoluzione delle analisi istologiche

Uno degli aspetti più innovativi dello studio riguarda l’integrazione tra analisi macroscopica e indagine istologica.

Le ricerche, condotte presso il laboratorio BIOANTH della Sapienza sotto la direzione di Alessia Nava, hanno permesso di esaminare le microstrutture del tessuto osseo.

Questo approccio ha reso possibile distinguere con maggiore precisione i resti umani da quelli animali.
Inoltre, ha consentito di affinare la stima dell’età alla morte anche nei casi più complessi.

La prima autrice Alessia Galbusera sottolinea come l’integrazione delle tecniche restituisca leggibilità biologica anche a materiali altamente frammentati.

Il risultato è straordinario: anche dopo la combustione, l’osso conserva informazioni fondamentali sulla storia biologica dell’individuo.

Il ruolo del sistema di Havers e la lettura dell’età biologica

Le analisi istologiche hanno evidenziato la conservazione del sistema di Havers, la rete microscopica che struttura l’osso.

Grazie a parametri quantitativi gli studiosi hanno potuto osservare processi di crescita e maturazione dello scheletro.

In alcuni casi, è stato possibile stimare l’età alla morte anche in assenza di indicatori macroscopici.

Si tratta di un passo decisivo per la bioarcheologia.
Per la prima volta, i resti cremati non sono più considerati “muti”, ma diventano veri archivi biologici.

Nuove prospettive per la bioarcheologia delle cremazioni

La bioarcheologia delle cremazioni entra così in una nuova fase.

L’integrazione tra discipline, tecnologie e metodologie avanzate consente oggi di superare limiti interpretativi che per decenni hanno frenato la ricerca.

I resti cremati, da materiali marginali, diventano protagonisti della ricostruzione storica.

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